Primi appunti sul voto delle elezioni amministrative

Chi si è impegnato in questa campagna elettorale, a nord come al sud, sa bene quale era il contesto, reso meno evidente solo da un’affluenza un po’ accresciuta dall’alto numero di candidati: non si è mai visto un livello così strutturale di disgusto, rassegnazione. La disillusione nei confronti della politica dilaga (comprensibilmente), stiamo tutti peggio, non c’è una proposta politica di massa ed efficace all’altezza della sfida; lo scollamento dalle istituzioni è totale.

Milioni di persone non votano e se non accadrà un fatto nuovo e diverso in grado di ridare speranza non torneranno mai al voto. 

Insomma: la domanda di partecipazione cala perché l’offerta fa schifo o è inadeguata.

Il PD perde una marea di voti e non ne recupera a destra. Dove si schiera in coalizione con Verdini (Napoli e Cosenza) fa i risultati peggiori. A Cagliari il centrosinistra passa al primo turno, ma è la bella coda di un’altra epoca ormai conclusa nelle forme in cui l’abbiamo conosciuta. Le liste arancioni in alleanza con il centrosinistra a trazione renziana non convincono e soprattutto non incidono. La campagna anticipata sul referendum costituzionale serviva solo a mascherare la débacle imminente. La coperta è troppo corta e per Renzi si fa dura nasconderlo.

La destra è come sempre forte in Italia e nonostante il tracollo di Forza Italia a Roma e un Salvini che nonostante la sua grande esposizione mediatica continua a non sfondare il 10%.

I Cinque Stelle pur senza Grillo e Casaleggio vincono a Roma e fanno un risultatone a Torino. Fanno numeri da grande partito, ma a livello nazionale si presentano in meno di due comuni su dieci. Se la sinistra non fa "la solita sinistra" i grillini calano e tanto, ma consolidano un dato: raccolgono rabbia e domanda di cambiamento. Conta poco la struttura e i candidati. Sono un partito brand. Chi era operaio votava falce e martello, chi è incazzato e vuole cambiare vota Cinque Stelle. Il dato è consolidato e difficile da scardinare senza una proposta politica dirompente.

Per le sinistre che a causa degli errori e delle divisioni su Milano e a livello nazionale non hanno saputo costruire un racconto nazionale in grado di mettere assieme le esperienze che si stavano delineando nei territori, parlarne e farne parlare sui media, eppure i programmi erano simili da Brindisi a Torino, da Milano (lato Rizzo) a Bologna. Ancora una volta pesa l’ambiguità e l’inerzia e l’aver costruito le liste più che dei progetti politici. Nonostante una bellissima campagna elettorale piena di idee e con tanti compagni che ci hanno messo tutte le energie possibili a Torino il risultato è pesante e ci dice che non basta unire le forze a sinistra e impegnarsi tanto. A Brindisi uno schieramento unitario che ha tenuto insieme questione sociale e questione morale, lotta alle diseguaglianze, per la giustizia ambientale e contro la corruzione ottiene uno straordinario 14,32 %.

Che ci siano unità, divisioni o defezioni il risultato della sinistra cambia poco se si presenta come “la solita sinistra”. Senza dubbio essere uniti aiuta, ma il punto è la qualità del processo messo in campo e la capacità di essere ed apparire differenti dagli altri.

La sinistra, le forze d’alternativa vincono a Napoli e convincono a Bologna: i risultati migliori arrivano quindi dove si mettono in campo partecipazione (assemblee popolari a Napoli, consultazione su candidato e assemblee plenarie a Bologna), rinnovamento, irruzione sulla scena dei movimenti e ruolo minore/di servizio dei partiti tradizionali. 

Dove sei percepito come differente dalla solita sinistra raccogli consenso e getti le basi per ripartire.

Le elezioni non ci dicono che lo spazio a sinistra del PD è stretto, dicono che nella vastissima disillusione esiste però un largo spazio per forze d’alternativa, popolari e radicali, che forse esiste uno spazio per una forza che si definisce di sinistra, ma che di certo bisogna interpretarlo in un altro modo. Senza ambiguità sull’essere autonomi e alternativi al PD e con discontinuità, innovazione, partecipazione, chiarezza e radicalità.

A maggior ragione serve un processo costituente della sinistra che non sia la statica riproposizione dell’esistente, non serve un semplice iter congressuale, magari ostaggio delle solite dinamiche e gruppi, ma un processo popolare capace di coinvolgere i tanti percorsi nazionali e territoriali, i tanti candidati che hanno deciso di metterci la faccia e l’entusiasmo e i tanti che continuano - comprensibilmente ripeto - a guardare alla sinistra con diffidenza.

Il miglior modo per rompere l’apatia e l’indifferenza è alzare la testa, osare, parlare chiaro e riprendere a far politica non per conquistare qualche pur utile spazio di rappresentanza, ma per usarlo come uno strumento tra altri per una nuova conflittualità dentro e fuori le istituzioni, per trasformare l’esistente e cambiare la vita delle persone.

È finito un tempo, ma non ne è ancora cominciato un altro. Siamo nell’interregno in cui “il vecchio muore e il nuovo sembra non poter nascere. Sembra. Non è detto che sia.

“Il futuro non è scritto”

[si tratta di primi appunti, nei prossimi giorni discussioni collettive e il confronto tra tante e tanti ci aiuterà a chiarirci al meglio le idee]