Analisi di sfondo

Il perdurare della crisi economica e occupazionale ci racconta che niente sarà più come prima. Non si tratta di una semplice crisi ciclica, ma di una nuova fase dello sviluppo capitalistico.

L’aumento dei tassi di disoccupazione e inattività giovanile e la crescita del tasso di disoccupazione strutturale impongono una riflessione strategica sulle possibilità di riforma dell’attuale modello di sviluppo. Una riflessione che intreccia due elementi principali: da una parte la necessità di restituire allo Stato un ruolo attivo nella definizione di piani di investimento rivolti al rilancio dell’occupazione; dall’altro l’esigenza di immaginare nuove forme di produzione, a partire da una dialettica tra la sfera economica e la dimensione dell’innovazione sociale.

Abbiamo scelto di porre le domande “ cosa”, per “chi” e “come” produrre a partire da quelle che riteniamo le principali risorse del nostro paese: il patrimonio artistico e culturale, la più importante materia prima di cui disponiamo e tuttavia ostaggio di una visione mercantilistica diretta alla privatizzazione del patrimonio artistico; le competenze di molte e molti giovani laureati in materie umanistiche ad oggi disoccupati, sotto impiegati, non valorizzati.

Nodi della discussione

Lo Stato e le politiche di sviluppo

Creazione di ecosistemi della conoscenza

Modelli di impresa e rapporti di produzione, vantaggi dei sistemi cooperativi

Innovazione sociale ed economica

Cultura come materia prima

Disoccupazione giovanile/disoccupazione intellettuale/spreco di competenze

Riforma Mibact

Parole chiave:

Privatizzazione, riduzione del 30% del fondo del Mibact in 10 anni a cui segue un processo di dismissione del pubblico dalla gestione del patrimonio culturale

Incuria, come chiave per descrivere atteggiamento dello Stato verso cultura e verso le competenze

Resilienza, come strategia.

“L’innovazione si fa con i nuovi” come monito. L’innovazione come pratica che genera conflitti. Come “pratica in cerca di teoria”.

La cultura come bene intangibile

Report della discussione

Il laboratorio è stato caratterizzato da un’ampia discussione, a tratti caotica ma capace di proporre spunti interessanti e a raggiungere a pieno il senso che si voleva dare.

Abbiamo scelto di mettere al centro della discussione la cultura intendendola come segmento fondamentale per realizzare un nuovo modello di sviluppo. Un sistema alternativo non deve essere solo evocato ma deve necessariamente essere praticato e sperimentato. A partire da ciò non si può parlare di innovazione al singolare ma è fondamentale declinare questo agire al plurale. Parlare di innovazioni significa:

a) rivendicare un ruolo dello Stato in termini di investimenti pubblici, ricerca e sviluppo non più sul piano degli incentivi fiscali ma piuttosto attraverso una programmazione aperta, flessibile e partecipata;

b) stimolare l’innovazione sociale come strumento per rinnovare la Pubblica amministrazione, per creare opportunità concrete e incentivare la circolazione e la produzione di saperi;

c) riferirsi ai processi innovativi di tutti i settori della produzione, prevedendo un protagonismo dei lavoratori, in modo da orientarla verso beni e servizi ad alto valore aggiunto.

Siamo partiti da qui perché abbiamo preso atto dai numerosi interventi che la cultura rappresenta un elemento che attraversa tutto il Paese unendo idealmente il Paese e perché rappresenta il collante tra centri e periferie, rompendo questa dicotomia.

Abbiamo due tipi di tensione.

1) Ruolo dello Stato vs spazi di autogestione

Dalla discussione emergono due orientamenti: quello che predilige un ruolo importante dello stato e quello che riguarda gli spazi di autogestione e partecipazione. Da qui si esce solo attraverso una sintesi concreta e praticabile. Un nuovo ruolo dello Stato, non burocratico ma capace di essere “centro regolatore” delle politiche culturali attraverso processi di codecisione e partecipazione. Liberando spazi di autogestione, democratizzazione e partecipazione capaci di aprire processi di riappropriazione e di restituzione a tutti di beni comuni.

2) Nuovo modello di sviluppo e politiche culturali

Le domande -“Come?”, “Cosa?”, “Dove? “Quando?” e “Perché?” si produce - devono trovare risposta per elaborare e praticare un nuovo modello di sviluppo. La cultura può rappresentare il territorio sul quale sciogliere queste domande tenendo insieme il processo di valorizzazione del patrimonio culturale con la tutela e l'estensione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, promuovendo una nuova visione di sviluppo legato a progetti innovativi e puntando a realizzare uno sviluppo di qualità.

A partire da questi presupposti politici è opportuno avanzare un primo gruppo di proposte operative:

• Campagna pubblica

Rigenerazione urbana e riqualificazione capace di mobilitare tutte le competenze e i saperi necessari, troppo spesso frammentati o frutto di visioni parziali. Un percorso che prova a recuperare spazi pubblici abbandonati, restituendo piena cittadinanza ai luoghi dell’abitare, attraverso progetti di imprenditorialità sociale (cooperazione – coworking), attivando percorsi di apprendimento informale (dialogo interculturale, cittadinanza attiva)

• Mappatura dal basso

Collegate alla campagna è necessario aprire una call pubblica in cui vengono coinvolte le esperienze di innovazione sociale nel campo della cultura, associazioni, gruppi informali, comitati civici impegnati in battaglie per la riapertura e la ri-pubblicizazzione dei beni culturali chiusi o privatizzati. Chiedendo loro di“mapparsi” su un cartina, indicando il luogo e inserendo una breve scheda tecnica che racconta la storia dell’esperienza, della battaglia, del territorio che vogliono mettere in evidenza.

• Azioni relative alla riorganizzazione del MIBACT

E’ necessaria un’interazione stretta col gruppo parlamentare, cui si chiede di organizzare momenti di incontro con i lavoratori interessati, rispetto alle vicende di attualità che investono la riorganizzazione del MIBACT, che altro non è se non un'applicazione delle misure di contenimento della spesa pubblica note come spending review.

• Piano del lavoro nella cultura

Parallelamente alle altre azioni si tratta di costruire un piano del lavoro per la cultura, l’arte, la creatività che unisca interventi di conservazione del patrimonio artistico e culturale con politiche di produzione di servizi collegati, “beni pubblici”; che consenta inoltre di stimolare la formazione e il consolidamento di spazi di produzione cooperativa di cultura, restituendo valore alle esperienze di innovazione sociale che vivono sui territori. (Road map: Raccogliere i contributi, elaborare linee guida, scrivere il programma).Tale piano può vivere a livello nazionale come base per una eventuale proposta di legge, ma può essere utile anche come contributo a livello locale. Nei territori, a livello istituzionale,è possibile immaginare processi partecipativi per l’elaborazione di piani di sviluppo locale centrati sul sostegno all’innovazione economica e sociale in ambito culturale.

Nella tre giorni di Cosmopolitica ho partecipato al laboratorio su Lavoro, Cultura e Innovazione brillantemente organizzato dai facilitatori Claudia Pratelli e Simone Fana. Riporto qui quello che è stato il mio contributo.


Trovarsi in più di cento a discutere di questi temi, durante una faticosa tre giorni di lavori, non è cosa scontata. Soprattutto non è scontato riuscire a discutere di un tema così complesso, vasto e articolato senza il pericolo di scadere nella banale retorica, e non è così scontato che da sensibilità così differenti si possano elaborare proposte concrete, potenzialmente incisive.


Ho iniziato il mio intervento con un paio di considerazioni forse semplici, ma fondamentali oggi in qualsiasi contesto si voglia trattare questo tema marcando una determinata appartenenza. A maggior ragione in un processo come questo, che ha la volontà e l'ambizione di costruire un soggetto capace di rappresentare quell’alternativa che riteniamo necessaria, convinta dell’importanza di far tornare queste questioni al centro perché strettamente intrecciate con tutte le altre che sono state trattate nei 24 laboratori di Cosmopolitica.


Sempre più, oggi, il tema della cultura, dell’accesso ad essa, della sua diffusione, viene messo in un angolo. I sempre più frequenti tagli, il sottodimensionamento della sfera culturale, ostaggio di una cultura mercantilistica, rendono evidente la totale mancanza di una politica culturale omogenea e capace di essere lungimirante.

Nel nostro Paese la direzione verso la quale da molto tempo si sta muovendo qualsiasi riforma, legge o regolamento, ad ogni livello, è quella di fatto della privatizzazione della cultura, dell’accesso sempre più limitato, del delegare al privato ciò che dovrebbe essere del pubblico. Un processo orientato a sottolineare una visione della cultura come esterna al bene necessario, accessoria, in un modello di società che scardina la consapevolezza ed il sapere dal loro posto nei bisogni primari.


In realtà sono vent'anni che, in Italia, la politica del patrimonio culturale si avvita su questa diatriba pubblico-privato: citando Montanari possiamo dire che è una diatriba brillantemente risolta socializzando le perdite e privatizzando gli utili, in un contesto in cui le fondazioni e i concessionari hanno finito per sostituire gli amministratori eletti, utilizzando di fatto il denaro pubblico per costruire clientele e consenso privati.

Spesso gli unici strumenti messi al servizio di chi fa e promuove cultura sono strumenti che con il pubblico non hanno niente a che fare, in linea proprio con questa generale visione che sottopone la cultura a regole che non la concepiscono come un bene comune e come un servizio.


Il lessico politico e diversi recenti esempi, ci mostrano uno scollamento tra significato e uso delle parole culturali, per cui concetti come “valorizzare”, o “rigenerare”, in molte sedi sono diventati sinonimi di privatizzare.

Totò voleva farci ridere e inventava lo sketch della vendita della fontana di Trevi, oggi Brugnaro sindaco di Venezia propone seriamente di mettere in vendita Klimt.

Io lavoro in una città, Padova, che recentemente ha regolamentato l’utilizzo di luoghi simbolo del patrimonio artistico e culturale in nome di una necessaria valorizzazione mettendoli a pagamento, con cifre che di fatto li rendono inaccessibili a chiunque non voglia trarre del profitto. Di fatto vengono resi usufruibili solo ai dispositivi commerciali, ai grandi imprenditori della cultura e dell’aggregazione.


Invece è sempre più evidente come la dimensione pubblica sia necessaria se vogliamo parlare di valorizzazione del patrimonio culturale e di innovazione in campo culturale, anche perché dobbiamo tenere presente che il patrimonio culturale è innanzitutto luogo dei diritti fondamentali della persona, necessario a produrre cittadini, non clienti o spettatori. Come è scritto nella nostra Costituzione.


Quello che andrebbe fatto dunque, in questo momento, è smontare quello che è stato il leit motiv degli ultimi 30 anni, ovvero che la modernizzazione e l’innovazione, soprattutto in ambito culturale, debbano coincidere con la scomparsa del settore pubblico.

Questo non vuol dire che non ci sia spazio per un impegno dei privati, anzi ben venga: ma al fianco, e non al posto, dello Stato.

Per smontare queste sempre più diffuse convinzioni penso sia necessario farlo dal basso, costruendo e mettendo in rete esperienze, realtà, amministratori, capaci di avvalersi degli strumenti che hanno a disposizione per riuscire a costruire davvero percorsi di inclusione e partecipazione attraverso la cultura e le pratiche culturali.


In Italia abbiamo visto emergere progetti di innovazione culturale solidi ed efficaci, che hanno dimostrato di avere la capacità di costruire consenso e partecipazione attorno a questioni fondamentali e di riattivare forme di produzione culturale. Progetti che il pubblico ad ogni livello dovrebbe imparare a fare propri.

Pensiamo ai tanti esempi di riqualificazione e rigenerazione urbana che hanno funzionato e sono riusciti ad aggregare centinaia di persone. Pensiamo però anche a quelli che non funzionano perché gestiti come un'imposizione dall'alto, senza una reale analisi dei bisogni delle città, delle periferie, dei quartieri, capaci solo di produrre ulteriore esclusione, aumentare le disuguaglianze e frammentare ancora di più.


Questo è un tema di cui oggi si discute molto, che spesso viene affrontato con un approccio completamente neoliberista, secondo il quale le città sono concepite esclusivamente come luoghi di crescita economica e di profitto. Basta una rapida occhiata alla discussione di questi giorni sull'agenda europea URBAN, che evidenzia come sia molto elevato il rischio di produrre linee di finanziamento e piani di azione e intervento in grado di generare solo maggiore esclusione e frammentazione.


Eppure questo è un tema strategico oggi. E allora io mi chiedo, perché non ci prendiamo in questa sede l'impegno di costruire una campagna sulla rigenerazione urbana legata al tema del superamento delle disuguaglianze attraverso l'elaborazione e la condivisione di pratiche innovative e mutualistiche? Perché non apriamo un dibattito non interessato sui temi dell'innovazione sociale, dell'impresa sociale e culturale, capace di considerarsi come via d'uscita dalla crisi?

Proviamo ad elaborare, unendo le nostre competenze, quelle che secondo noi dovrebbero linee guida di azione in questo ambito, per definire programmi di azione che favoriscano la dimensione della partecipazione locale, mediata dallo strumento culturale, per l'eliminazione dell'esclusione e della marginalità.

Una strategia complessiva oggi indispensabile, non solo per evitare che le buone pratiche esistenti siano in balia di un futuro incerto, ma anche per riuscire a costruire nuove esperienze virtuose capaci di generare reddito e posti di lavoro.


Perché l'ambito della cultura e dell'innovazione sociale sanno dare molto da mangiare, sanno creare opportunità di lavoro e di crescita soprattutto per una generazione, la mia, che le proprie opportunità le vede negate ogni giorno di più.

Il lavoro è un nodo cruciale di molte delle discussioni che affronteremo in questa tre giorni.

E il mondo della cultura è uno di quelli attorno al quale ruotano centinaia di figure professionali senza alcun genere di tutela, dimenticate dai più e purtroppo spesso da loro stesse.

Una politica lungimirante in ambito culturale serve soprattutto a questo: a creare le condizioni perché le centinaia di lavoratori della cultura non siano in totale balia della precarietà, ma riescano a costruirsi un futuro degno.


Occorrono politiche capaci di investire sulle competenze di una giovane generazione che ad oggi vive in un costante limbo in cui il lavoro viene confuso con il volontariato, tra precarietà, sfruttamento, diritti negati e senza alcun reddito.

Occorre costruire proposte che sappiano dare risposte ai problemi quotidiani di queste persone, è la sfida che dobbiamo cogliere se vogliamo costruire una reale alternativa al passo con i tempi.

Occorre, per citare Bobbio, una politica culturale intesa come politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura, per tornare ad intendere la cultura e l'innovazione (che in ogni ambito deve essere sociale altrimenti è speculazione) come motore di sviluppo.

Occorre una politica culturale che sappia tenere assieme tutte queste cose e che allo stesso tempo sappia favorire creatività e produzione culturale.


Altrimenti l'unica alternativa è trovarsi sempre più spesso in aeroporto, a salutare i compagni, gli amici e i colleghi che decidono di andare all'estero e allo stesso tempo essere sempre meno a guardare l'aereo che decolla dicendoci che si deve continuare a lottare, per cambiare le nostre vite e quelle di migliaia di persone.