Refugees crisis o crisi dell’Europa?Dal workshop di Cosmopolitica al Forum delle Migrazioni, pensando a un’assemblea generale per rilanciare programma, campagne, azioni.

Refugees crises o crisi dell’Europa? Questo il titolo del workshop dedicato all’ argomento che forse più di ogni altro ha attraversato la maggior parte dei tantissimi interventi che hanno composto l’intenso dibattito di Cosmopolitica.

Le migrazioni come prospettiva da cui guardare la realtà politica e geopolitica contemporanea, a partire dalle vere cause e dalle profonde conseguenze dei conflitti e delle guerre in atto, ma anche delle devastazioni climatiche.

Le migrazioni come chiave di lettura dei maggiori processi sociali in corso, e come misura dell’adeguatezza delle battaglie di giustizia globale, anche redistributiva e ambientale, da portare avanti.

Le migrazioni come punto di crisi di un’Unione europea che tradisce i suoi presupposti di democrazia e rispetto dei diritti umani, affermati all’indomani dei nazifascismi, e svuotati di senso attraverso la strumentalizzazione che essi hanno subito senza sosta.

Le migrazioni come presupposto indispensabile per pensare un’Europa finalmente politica, a partire dalla rifondazione della cittadinanza e della mobilità europee.

Le migrazioni come punto di partenza per ripensare la configurazione delle città, così come delle scuole e del welfare, al di fuori di ogni sterile progetto multiculturalista, rimettendo al centro la possibilità di abitare, vivere, crescere dignitosamente, come un diritto che ad oggi appare sempre più un privilegio escludente.


Al workshop hanno preso parte realtà di movimento e sindacali, rappresentati di istituzioni locali virtuose, ricercatori e giuristi, attivisti italiani e migranti.

Ciascuno di essi ha innanzitutto affermato che il nuovo soggetto politico della Sinistra italiana deve assumere, già nella sua fase costituente, il tema delle migrazioni come asse fondamentale di riflessione e azione, mettendosi a disposizione e mirando a diventare casa comune per tante reti di movimento e associazioni, laiche ma anche religiose, che portano avanti pratiche sociali innovative nei territori e producono saperi.

La prima necessità emersa è quella di un’operazione di verità e di capillare controinformazione da attuare immediatamente intorno al fenomeno delle migrazioni, perché nessun evento contemporaneo appare tanto falsificato nella sua narrazione, utilizzato demagogicamente per fomentare paure e razzismi, e per ridisegnare in chiave escludente e nazionalistica i confini dei diritti.

Sulla falsificazione degli stessi presupposti del ragionamento, vengono eretti ovunque in Europa muri e barriere di filo spinato, vengono posti limiti illegali all’accoglienza dei richiedenti asilo, vengono richiuse frontiere aperte da storiche battaglie per la libertà, rinvigorendo l’ascesa delle nuove destre. Allo stesso modo vengono posti nuovi limiti anche alla libertà di movimento e di residenza interne all’Ue, come dimostra la storia di tante e tanti cittadini e cittadine italiane oggi espulsi ed espulse da paesi come il Belgio, o a rischio di esclusione dall’accesso ai diritti sociali in molti altri Stati membri in cui pure risiedono da anni.

La democrazia europea, in questo senso, riparte anche e soprattutto dall’idea di una cittadinanza oltre gli Stati e le appartenenze nazionali, che ponga al centro il diritto di voto dei e delle migranti, come rivendicazione fondativa di ogni battaglia per una reale partecipazione politica che ridia potere alle persone.

Occorre rinnovare il linguaggio, innanzitutto, spogliandolo dall’ideologia di una ‘sicurezza’ interpretata solo in chiave difensiva e non in termini di sicurezza sociale e dignità della vita, e ripulendolo da ogni stereotipo criminalizzante o di vittimizzazione meramente ‘umanitaria’. I e le migranti sono soggetti di diritti da riaffermare e difendere, con la convinzione che i diritti stessi non sono ‘un gioco a somma zero’ (toglierli a qualcuno perché altri possano goderne), ma stanno in piedi solo se universalmente riconosciuti e tutelati.

Bisogna riuscire a portare la verità sulle migrazioni fuori dalle discussioni degli ‘addetti ai lavori’, e fondare sull’affermazione di questa verità delle battaglie non solo possibili ma indispensabili. Il nuovo soggetto politico in costruzione non può avere paura di perdere consenso affrontando questo tema senza riserve, ma deve lavorare all’elaborazione di idee forti e convincenti a partire dalla difesa del diritto d’asilo per arrivare all’affermazione del diritto delle persone a spostarsi e a fermarsi nel mondo, prerogativa oggi riservata solo a merci e capitali.

Prendendo sul serio la catastrofe delle guerre, continuamente alimentate da responsabilità occidentali ed europee, bisogna però raccontare la verità: le migrazioni, specie quelle verso l’Italia, non sono quantitativamente aumentate, ma sono mutate nella loro composizione: sempre meno persone raggiungono l’Europa grazie a visti per lavoro, sempre più lo fanno mettendo a rischio la loro vita nella traversata del Mediterraneo e di altre mortifere frontiere, con lo scopo di chiedere protezione internazionale. Di fronte a questo significativo mutamento, che deve porre il tema dell’asilo e dei rifugiati al centro del dibattito europeo, nuovi strumenti si stanno affidando per riuscire a ‘clandestinizzare’ queste ‘nuove’ migrazioni, decidendo a priori quali sono i paesi da cui si può o non si può chiedere asilo, stringendo nuovi accordi con i dittatori di tanti stati d’origine e di transito, imponendo anche a chi viene riconosciuto come richiedente asilo nuove forme di restrizione della libertà di movimento in Europa. Questi appaiono essere i presupposti del cosiddetto ‘approccio hot spot’ imposto dall’Unione europea in aperta violazione con i testi di legge internazionali e nazionali che sanciscono l’asilo come un diritto soggettivo perfetto, e per eccellenza il diritto, per chi è senza stato, di accedere a tutti gli altri diritti una volta accolto su un territorio.

In nome delle politiche migratorie in atto si permette alla Turchia di procedere nello sterminio della popolazione curda, purché impedisca alla maggior parte delle persone in fuga dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Palestina, di raggiungere l’Europa. Così come, anche per queste ragioni, si rinuncia a pretendere la verità sulla morte di Giulio Regeni, perché significherebbe ammettere che in un paese che tortura e uccide impunemente, come l’Egitto, non si possono rimandare centinaia di migranti ogni anno, senza permettere loro di chiedere protezione. Se oggi uno dei compagni di strada egiziani di Giulio, magari uno dei tanti desaparecidos riuscito per miracolo a fuggire, raggiungesse l’Italia, verrebbe con tutta probabilità caricato su un volo, riconsegnato alla stessa polizia da cui scappava, e così condannato così a morte.

Sul tema dell’asilo, la battaglia per dei canali di arrivo legali e sicuri è la prima da portare avanti. Esistono già, in questo senso, delle esperienze virtuose come quella del Progetto Mediterranean Hope, che dimostra come sia possibile portare in Italia persone sottratte alla violenza delle frontiere senza metterle nelle mani dei trafficanti, promuovendo allo stesso tempo un’accoglienza diffusa, razionale, solidale.

Nel corso del workshop anche il nodo dell’accoglienza è emerso come particolarmente rilevante: ad oggi il sistema appare non solo strutturalmente inadeguato, ma anche del tutto irrazionale, a meno che non si consideri come razionale la sua trasformazione in chiave speculativa come mero ‘business’. Più del 60% dell’accoglienza è oggi deputata a ‘centri di accoglienza straordinaria’, solo una parte residuale al sistema SPRAR, mentre troppo poche iniziative sono volte a promuovere un’accoglienza diffusa e dignitosa. Eppure tante esperienze da mettere a valore esistono già, in Basilicata come in Piemonte, dove la presenza migrante è diventata l’occasione per reinventare forme di vita sociale piene di ricchezza.

Occorre inoltre combattere i criteri di attribuzione dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale e nazionale: criteri che si basano illegalmente sulla presunzione di una lista di paesi sicuri o sulla necessità di non superare apriori un limite massimo di permessi di soggiorno da concedere. La conseguenza è il numero sempre crescente di persone diniegate che restano in Italia senza diritti e pronte a inserirsi nei circuiti della marginalizzazione sociale e dello sfruttamento lavorativo. In questo senso, occorre invece combattere, sul breve termine, per la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo a chi ha ricevuto un diniego e che comunque non sarà allontanato dal territorio dello Stato.

Allo stesso tempo, il rifiuto di qualunque forma di detenzione amministrativa, e la lotta per la definitiva chiusura dei centri di identificazione ed espulsione deve tornare al centro della battaglia politica della nuova Sinistra. L’Agenda europea sulle migrazioni, infatti, sta imponendo una nuova implementazione di questa forma detentiva da destinare a tutti i migranti che non verranno riconosciuti come richiedenti asilo o che verranno diniegati, dopo che decenni di battaglie dal basso avevano reso marginale questo istituto lesivo della libertà personale, e anch’esso fonte di speculazione e lucro.

E nella prospettiva di una ricomposizione delle lotte che riguardano temi sociali fondamentali come la casa e il lavoro che già nei fatti vedono coinvolti insieme, in Italia e nel resto d’Europa, autoctoni e migranti di prima e di seconda generazione, alcune campagne vanno da subito organizzate.

La Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie è stata ratificata dalla maggior parte dei paesi dei Sud del mondo, e da nessuno di quelli occidentali. L’Italia deve ratificarla prima possibile, come strumento fondamentale di lotta contro lo sfruttamento di milioni di persone, che si traduce sempre, all’interno di una perversa competizione creata ad arte, nella riduzione dei diritti di tutti e tutte le altre e gli altri lavoratrici e lavoratori.

La legge oggi in discussione sul ‘caporalato’ non è uno strumento adeguato a combattere lo sfruttamento lavorativo in agricoltura delle lavoratrici e dei lavoratori migranti, così come non lo è quella che colpisce solo lo sfruttamento della migrazione irregolare e che si è rivelata negli anni uno strumento di criminalizzazione dei lavoratori migranti stessi, senza comunque tutelare tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici, oggi la maggior parte tra le vittime di sfruttamento, che posseggono un valido titolo di soggiorno. Manca in Italia una legge contro lo sfruttamento tout court, che possa proteggere i diritti di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici. Colpire solo l’intermediazione illecita è come pensare di affrontare il problema dei viaggi nel Mediterraneo guardando come responsabili solo ai cosiddetti ‘scafisti’. Allo stesso modo in cui le politiche migratorie e dei visti sono la causa principale dell’arricchimento delle reti criminali che lucrano sui viaggi dei migranti, costretti ad attraversare le frontiere rischiando la vita, così è il sistema economico che legittima, specie in agricoltura, ma anche in altri settori come quello domestico, edile, turistico, lo sfruttamento lavorativo, a partire da quello dei e delle migranti. Servono quindi riforme legislative sistemiche, capaci di colpire i datori di lavoro, le imprese, la filiera produttiva che costruiscono il proprio guadagno sullo sfruttamento: serve una legge olistica contro lo sfruttamento lavorativo, insieme a interventi capaci di combattere anche il gap salariale tra migranti e autoctoni, e il mancato riconoscimento delle competenze e dei titoli di studio dei lavoratori migranti.

È indispensabile eliminare l’ipocrisia del ‘contratto di soggiorno’ previsto dalla Legge Bossi-Fini (e già in parte delineato dalla precedente Turco-Napolitano), aprendo, insieme a vie di ingresso legali, canali di regolarizzazione permanente per i migranti presenti sul territorio e scindendo il nesso tra possesso preventivo di un contratto di lavoro e permesso di soggiorno. Questo dispositivo è stato responsabile, negli ultimi decenni, della clandestinizzazione di centinaia e centinaia di migliaia di persone.

Infine, pur non trattandosi molte volte di cittadini e cittadine migranti, ma di persone che vivono in Italia, come negli altri paesi europei, da svariate generazioni, è fondamentale la battaglia contro ogni forma di discriminazione delle popolazioni Rom e Sinte.

Troppo poco coraggio si è avuto finora nell’affermare fino a che punto l’odioso razzismo che si è abbattuto da sempre su queste minoranze ha rappresentato nel corso dei secoli, e all’alba dei genocidi dell’Europa del novecento, e rischia di rappresentare oggi, il punto di rottura di ogni tabù sulla possibilità o meno di dividere il genere umano in persone e non persone. Un popolo costretto a fare degli stereotipi il proprio stile di vita, disconosciuto nella dignità, costantemente strumentalizzato per abituare la società all’accettazione di un grado sempre crescente di xenofobia e violenza; un popolo mai difeso con sufficiente coraggio, cosa che oggi la nuova Sinistra deve riuscire a fare.

Questa non è una lista di desideri, e sarebbe comunque solo parziale, ma un orientamento politico da assumere. Il suo significato è talmente profondo da portare a definire, a seconda che lo si accetti o meno, chi saranno e chi non saranno i compagni e le compagne di strada della Sinistra italiana che si sta costituendo, e quali saranno i valori posti a fondamento di questo viaggio.

Il Forum delle Migrazioni che ha preso vita dal workshop di Cosmopolitica all’interno del processo costituente di Sinistra Italiana lavorerà in questa direzione.

Per definire il programma, le campagne, le azioni da condurre, la proposta è quella di convocare un’assemblea generale da tenersi a Roma entro il mese di aprile, subito dopo il fondamentale referendum sulle trivellazioni petrolifere, in cui poterci confrontare senza riserve, tra tutte le realtà e le persone che da decenni hanno sviluppato pratiche e saperi sulle e per le migrazioni, coinvolgendo anche tante e tanti altri che da oggi in poi avranno voglia di unirsi.

Per informazioni e adesioni:

alesciurba@yahoo.it

alessandro@fdpmedia.it