Milano, la Sinistra e la sfida del senso comune.

“Quel che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia”. Una frase di Gaetano Salvemini nei primi del ‘900 assegnava a Milano il ruolo di avanguardia politica e culturale dell’Italia.

Oggi, dopo la vittoria di Sala alle primarie PD, suona quasi come una minaccia.

Una minaccia che è persino più pericolosa se la Sinistra non è in grado di rispondere e di mettere in campo una seria proposta alternativa, capace non solo di contendere il campo politico ed elettorale, ma anche di provare a sfidare il PD nella costruzione di un discorso pubblico capace di influenzare il senso comune.

Penso, infatti, che la sfida sia questa e non sia confinata al momento elettorale. Non solo a Milano.

La costruzione del senso comune è l’aspetto più preoccupante della vicenda milanese, dal momento che tutto il dibattito pre-primarie nella sinistra milanese (e non solo) è stato incentrato sulla ormai famosa “continuità con l’amministrazione di Giuliano Pisapia”.

Giuseppe Sala, oggi, diventa nel discorso pubblico il rappresentante ufficiale della continuità di un modello amministrativo e politico invero molto distante sia dalla sua cultura che dal suo modo di intendere la politica e l’amministrazione, come lui stesso ha anche avuto modo di sostenere.

Le primarie hanno chiaramente avuto il ruolo di accreditare non solo una persona, ma un modello di relazioni e un certo tipo di approccio alla politica e all’amministrazione della città. Approcci e modelli di relazioni che restano da noi molto distanti, nonostante i tanti tentativi fatti da Sala e da chi lo ha sostenuto di attribuirsi patenti da uomo progressista e di sinistra.

Un fatto strano. Direi addirittura pre-politico, dal momento che il dibattito è stato incentrato sul “chi” e quasi per niente sul “cosa” o sul “come”.

Certo, si è discusso del merito delle questioni durante le primarie e ciascun candidato aveva il suo programma elettorale. Ma non è stato uno specifico argomento o un aspetto particolare del programma di ciascuno a determinare vittorie e sconfitte.

In definitiva, le “primarie più belle del mondo” non sono sembrate primarie vere, libere e aperte. Piuttosto hanno avuto un esito abbastanza prevedibile e predeterminato, anche a causa della scomposizione delle candidature più a sinistra, e hanno lasciato la sensazione amara che la vera partita si sia giocata prima della competizione elettorale, quando appunto, un pezzo dell’establishment milanese ha cambiato l’ordine del discorso su Milano e ha offerto al mercato elettorale l’idea che Sala potesse rappresentare l’uomo nuovo del centro-sinistra, in continuità.

La profezia si è avverata. La normalizzazione dell’anomalia milanese è compiuta.

La sensazione aumenta se si paragona il quadro milanese con quanto sta avvenendo nelle primarie del Partito Democratico americano, in cui un 74enne sta sbaragliando la concorrente sostenuta dal gotha economico-politico americano, a suon di idee di sinistra. Sanders sta sovvertendo l’ordine del discorso pubblico negli Stati Uniti.

Di certo c’è da fare una riflessione compiuta e laica sullo strumento delle primarie e sulla loro validità politica.

E tuttavia, quanto accaduto a Milano non è un incidente. Piuttosto è la cifra delle difficoltà che abbiamo di fronte e che dipendono in parte dall’aver abbandonato la costruzione di un discorso di Sinistra, anche nelle città, e dall’aver appaltato, quindi, una parte rilevante della discussione a singole personalità. Si chiamino Pisapia o Doria. Come se il piano della amministrazioni comunali sia un fatto quasi esclusivamente tecnico, per il quale è sufficiente un city manager e una coalizione. La città come l’Expo. L’organizzazione della vita delle periferie come i padiglioni espositivi.

La complessità della sfida che abbiamo davanti sta tutta qua. Fare i conti con il fatto che la conquista e l’occupazione di uno spazio elettorale non è sufficiente, se non si è capaci di orientare il senso comune e di sovvertire l’ordine del discorso pubblico.