Pare non avere più senso il 25 aprile per milioni di italiani.

Una giornata come le altre, in cui solo si sospendono le attività lavorative e scolastiche. Nulla di più. La liberazione è un fatto lontano, impolverato come le pagine dei libri che la raccontano e che provano a tramandarla, a riempirla di significato.

Perché?

Forse perché è diventata solo commemorazione, senza lotta. Forse perché è recintata nei segmenti della memoria, senza farsi movimento, rivendicazione.

E’ potenza, senza atto. E’ passato senza attualità, senza ancoraggio al presente e senza sguardo al futuro.

Abbiamo bisogno di rendere attuale la memoria, di renderla viva, di praticare il conflitto, per restituire senso alla necessità di una rivolta. Quale Sinistra immaginiamo se non prevede la dimensione del conflitto come condizione di possibilità per il cambiamento?

Eppure le contraddizioni del capitalismo finanziario ristrutturato e rinnovato offrono fratture, zone di faglia da cui continua a fuoriuscire magma incandescente. Il capitalismo è vivo e lotta contro di noi, ogni giorno. “La lotta di classe dopo la lotta di classe” avrebbe detto Luciano Gallino.

Oggi sono faglie i muri e i fili spinati in Europa; sono faglie le risposte autarchiche ai bisogni di milioni di persone. Sono faglie il precariato come condizione di vita necessaria all’espansione del dominio del capitale, e l’aumento delle povertà e delle disuguaglianze nel vecchio continente.

E’ faglia il TTIP, come lo è lo smantellamento dello stato sociale del Novecento, senza che vi sia alcuna reale alternativa credibile per riparare ai guasti.

Già Tony Judt ammoniva gli stati europei su quanto le loro costituzioni fossero “eredità preziosa cui sarebbe meglio non rinunciare”. Costituzioni che prevedono (ancora?) un interventismo forte dello stato per regolare i rapporti economici e pianificare il futuro, ricorrendo alla tassazione.

Pianificare il futuro, appunto.

E’ stato fatto, in questi anni, da scelte politiche scellerate che hanno sequestrato l’idea stessa di futuro ad almeno tre generazioni: i nati negli anni ’80. E non è questione che possa riguardare solo noi, visto che non ne sono esenti quelli nati prima, né quelli che seguono.

La precarietà, i buchi contributivi, il lavoro (dipendente o autonomo che sia) diventato merce povera e la certezza di non avere una pensione o di non averla adeguata.

Questa è probabilmente la faglia più grande al momento nel nostro paese. Una faglia da cui non esce magma e che, invece, potrebbe scatenare un vero e proprio terremoto, se solo prendessimo coraggio e decidessimo di fare nostra la lotta. Di fare di questo tema una ragione di conflitto aperto permanente, nelle piazze, nelle TV, sui social, nei mercati, nei pochi di luoghi di confronto collettivo che ancora esistono e resistono.

Dobbiamo farlo noi, prima che ci arrivi la destra. Prima che ci arrivi chi utilizzerebbe la paura del futuro come leva per scatenare l’ennesima guerra tra poveri. Mentre i ricchi vincono e attendono il compimento del disegno con l’introduzione della flat tax e con la distruzione dei presidi democratici della nostra Costituzione.

E’ una lotta generazionale, certo, ma che coinvolge tutti.

Organizziamoci, subito! Scendiamo in piazza, studiamo e decidiamo proposte che facciamo diventare rivendicazioni e non arretriamo di un millimetro.

Avremo il nostro 25 aprile, la nostra liberazione, la nostra lotta per riappropriarci di un futuro che non ci appartiene. Non ancora.