In una riunione di tanti anni fa al Consiglio d’Europa, a Strasburgo, chiesi che potesse intervenire uno dei rifugiati politici coinvolti nella rivolta del 2009 a Rosarno. Il tema dell’incontro era quello della partecipazione democratica delle “persone in condizione di povertà”, intendendo per povertà ogni situazione di grave deprivazione materiale e simbolica, a livello sociale, economico e giuridico. Tentavo, con la presenza di questo rifugiato, e la forza della sua storia di sfruttamento e di emancipazione, di introdurre nella discussione un tema fondamentale, ampiamente dibattuto dalla filosofia politica contemporanea: come possono prendere parola le persone che non hanno accesso allo spazio pubblico dove la nostra società mette in scena le dinamiche e le narrazioni che produrranno o legittimeranno iniziative politiche e legislative?

Ovviamente una simile domanda poggia sul presupposto che il diritto di prendere parola sia parte fondante di una pratica democratica che non si esaurisce col diritto di voto (peraltro precluso per milioni di non-cittadini che vivono all’interno dei confini dei nostri democratici stati nazionali e di quello sovranazionale dell’Unione europea).

E allora, come si fa a prendere parola quando si è imbrigliati in una condizione di estrema silenziazione, come succedeva e succede ai migranti schiavizzati a Rosarno e in molti altri luoghi, o come succede a chi è confinato dentro un campo di detenzione o su un’isola e, classificato rapidamente come “immigrato irregolare”, resta in attesa che il proprio destino venga deciso da altri?

I rifugiati di Rosarno, per portare alla luce la violenza che avevano subito sui loro corpi, lo si ricorderà, erano scesi in strada e avevano manifestato in una maniera decisamente non pacifica. Avevano danneggiato delle automobili e delle saracinesche, si erano fisicamente scontrati con la parte ostile degli abitanti del luogo.

Solo in questo modo avevano acceso i riflettori nazionali sulla propria situazione, fino a quel momento ridotta all’invisibilità nonostante l’azione di gruppi e associazioni che da anni denunciavano l’isolamento e il degrado delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati nel settore agricolo del territorio.

Per questo l’incendio di Lampedusa del 17 maggio mi ha fatto pensare a Rosarno, insieme a tanti altri casi di ribellioni e prese di parola non pacifiche, anche ben più complessi di questi.

Solo per chiarire: penso che dare fuoco a un luogo limitrofo a quello dove si trovano centinaia di persone sia un gesto pericoloso che può avere conseguenze terribili. Più di una protesta del genere, dentro carceri e centri di detenzione, si è conclusa tragicamente. Non consiglierei a nessuno di ripetere simili esperienze.

Ma il punto qui è un altro.

Pare innanzitutto che le persone che hanno appiccato il fuoco, tutti ragazzi giovanissimi, tra i 18 e i 30 anni, stessero per essere rimpatriato nel loro paese. Pare che questo paese fosse la Tunisia. Da anni l’Italia ha stretto accordi con questo stato, come con gli altri del Maghreb, rispetto alla possibilità di rimpatriare o espellere i migranti con procedure estremamente veloci: accordi che hanno retto al crollo delle dittature, alle primavere arabe, al ristabilirsi di governi più o meno fragili o efferati (si pensi all’Egitto).

Non sappiamo, e non lo sa certo chi si appresta a effettuare questi come altri rimpatri, quali rischi potrebbero correre le persone in questione una volta rientrare in Tunisia. E in ogni caso, dopo un viaggio difficile e costoso, l’idea di essere portati indietro senza possibilità di appello non deve essere semplice da accettare. Di loro, senza questo incendio, non avremmo saputo nulla. E pochissimo sappiamo ancora, se non che alle persone provenienti da paesi considerati ‘sicuri’, come la Tunisia, è di fatto impedito l’accesso alle procedure di asilo, e che questa potrebbe essere una delle ragioni della rivolta.

Eppure, il diritto d’asilo è un diritto individuale, il cui accesso non può essere precluso sulla base della sola nazionalità del richiedente. Quel che accade da anni con i migranti nordafricani è invece esattamente l’opposto. Il nuovo sistema Hotspot ha solo intensificato ed esteso questo criterio di selezione preventiva, del tutto illegale, tra chi può e chi non può chiedere protezione internazional

La difesa dell’universalità del diritto d’asilo, dei principi di non discriminazione, di non criminalizzazione e di non refoulement sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Al di là, evidentemente di questo tipo di definizioni così specifiche, l’incendio di Lampedusa, forse, ha espresso questa istanza.

È un dato di fatto, inoltre, che la protesta di un altro gruppo di migranti, appartenenti invece a nazionalità il cui accesso alla richiesta di asilo è ancora in gran parte garantito, sia emersa solo grazie a questo incendio, nonostante si protraesse da settimane e le associazioni di Lampedusa, a partire da Askavusa, avessero cercato invano di rompere il silenzio che l’avvolgeva.

Non un incendio, stavolta, ma un oltremodo pacifico sciopero della fame, per denunciare le modalità in cui vengono prese le impronte digitali all’interno dell’hotspot di Lampedusa.

E in questo caso mi torna in mente invece un ragazzo sudanese che si è rifiutato a lungo di farsele prelevare, le impronte, proprio nel centro di Lampedusa appena convertito in hotspot, ed è stato trasportato con la forza in Sicilia, dove, pare a suon di botte, alla fine gliele hanno prese. Avrebbe potuto chiedere asilo in Italia, ma ha raccontato di avere subito violenze e minacce tali da avere solo avuto voglia di fuggire e restare in silenzio.

Del resto, nelle linee guida elaborate nei documenti correlati all’Agenda europea sulle migrazioni del maggio del 2015, l’Italia è chiaramente invitata a cambiare le sue norme sui tempi della detenzione, al fine di renderli illimitati se necessario, e sulle modalità di prelevamento delle impronte, per consentire l’uso della forza.

Sabato scorso ero a Pozzallo per il festival Sabir dell’Arci. Una bella iniziativa molto partecipata che ha visto anche l’ingresso di una delegazione parlamentare nell’hotspot della cittadina. Più di 100 minori, cui è stato permesso di uscire dal centro solo durante le giornate del festival, nonostante fossero lì da almeno un mese, erano trattenuti dentro. Minori anche piccolissimi, di 10 e 12 anni, in un luogo a dir poco inidoneo e senza nessuno dei servizi fondamentali per garantire la loro integrità psicofisica. Una situazione di assoluta e ingiustificabile illegalità, prima ancora che di vergognosa ingiustizia.

Quale modo hanno tutte queste persone di raccontare quello che gli sta accadendo? Di resistere al sopruso? Anche solo di capire se quel che stanno subendo è legale o se ci sono delle azioni da potere intraprendere?

Le fiamme del centro di Lampedusa, oltre la rabbia e la paura che evidentemente hanno espresso, sono state l’unica voce, se non ascoltata, almeno udita, che è riuscita a superare i confini di quel centro e di quell’isola.

Non cambierà le cose, certamente. Siamo abituati oramai a un tale livello di violenza mediatica e fisica, politica e normativa, contro le migrazioni, da non stupirci neppure del fatto che l’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, al di là della sua disumanità e pericolosità geopolitica, rappresenti un colpo forse mortale allo stato di diritto in Europa, violando gran parte della normativa cui ipocritamente fa riferimento, a partire dalle stesse direttive europee.

Eppure percepiamo quell’incendio come ‘violento’, magari dentro di noi lo giudichiamo tale, e siamo troppo timidi nel raccogliere il messaggio che portava. E, in fondo, ci sembra che sia normale che quei 7 ragazzi tunisini siano adesso in galera, accusati di reati gravissimi, per i quali rischiano anni e anni di reclusione.

Ma almeno, pensando alle fiamme di Lampedusa, poniamoci una domanda: come si fa a prendere parola quando si è ridotti al silenzio?