Democrazia inclusiva versus democrazia decidente. Le ragioni del nostro NO.

Ho molto riflettuto in questi giorni sulle posizioni di Giuliano Pisapia sulla riforma costituzionale. E credo che il modo in cui Giuliano argomenta il suo 'mancato No' al referendum faccia emergere considerazioni che esulano dalla riforma costituzionale. Quando parla di guelfi e ghibellini, Pisapia pare fare riferimento in realtà a 'renzismo' e 'anti-renzismo'. Invoca la riduzione dell'intensità del conflitto, ci invita a costruire un campo di valori comuni con il Pd di Renzi e si mostra così perspicacemente consapevole che la direzione che il premier ha impresso al suo partito non è né passeggera né senza conseguenze sugli anni che verranno in futuro.

Credo che sia giusto rassicurarlo: la sinistra che vogliamo costruire non dovrà fondarsi sull'anti-renzismo. Sono così tanti gli errori che abbiam fatto perché accecati dall'anti-berlusconismo, a cominciare dal dare priorità alla sua cacciata più che alla qualità dei progetti di governo, che oggi dovremmo essere vaccinati contro questa malattia della politica.

Eppure questa rinuncia alla personalizzazione è una scelta gravida di conseguenze da affrontare, conseguenze che Pisapia pare continuare a rimuovere. Se la nostra sinistra non è contro Renzi, è all'opposizione perché è sicuramente contraria alle politiche che Renzi ha realizzato, applicando in Italia con inedita solerzia, le riforme strutturali richieste dall'attuale modello europeo e dai quei poteri dell'economia finanziaria che hanno come mantra il motto neoliberista 'meno Stato, meno tasse, meno democrazia'. Dall'inizio della crisi economica che ha scosso l'Occidente e scuote ancora l'Europa, è stato il Pd - come ci hanno ricordato tutti i suoi dirigenti più volte in queste settimane - a farsi perno e garanzia della stabilità del paese che, tradotto dal politichese che asfissia l'attuale dibattito europeo, vuol dire garante dell'attuazione di politiche che  - come si vede quasi ad un decennio di distanza dai primi segnali di crisi – sono state efficaci nel compito di stabilizzare il profitto della rendita ma completamente fallimentari in quello di fermare l'impoverimento drammatico di ampie fasce di popolazione, la crescita delle diseguaglianze e il deterioramento dei beni comuni. Monti, Letta, Renzi: in tre passi il Pd è passato dal dare un sostegno ad un governo tecnico (giustificato almeno dall'emergenza della crisi del debito) ad essere protagonista assoluto dell'attuazione di quelle riforme in tutti i settori strategici, dal lavoro, alla scuola, alle opere pubbliche passando per privatizzazioni e pubblica amministrazione. Aggiungendo un tocco personale quasi ad ognuna di esse, quello del bonus, ovvero quello di qualche miliardo di misure non strutturali con cui il governo ha cercato di nascondere i caratteri più deleteri di quelle strutturali.

Questo è il cuore del problema che abbiamo davanti. Non è di poco conto, perché ci obbliga ad alzare lo sguardo e rileggere il nostro passato con quel senso critico che è precondizione per imparare qualcosa dalla propria storia. Dobbiamo valutare con attenzione: cos'è stato il socialismo europeo negli ultimi dieci anni, perché le destre xenofobe hanno conquistato tanto spazio in tutto il continente, perché in altri paesi quella sinistra che sembrava minoritaria si è scoperta tutto d'un tratto potenzialmente maggioritaria, perché il campo del progressismo tradizionale è sembrato completamente inerte e incapace di fronte alla distruzione delle aspettative di benessere del suo popolo, perché si insiste in una politica estera senza sbocco anche quando l'Occidente, schiacciato tra guerra e terrorismo, sembra ad un passo dal baratro? 

Pisapia ama ripetere che il mondo è cambiato, e io credo che non ci sia cosa più vera. Ma a Pescara, alla nostra festa nazionale, per illustrare questo concetto ha parlato dei comunisti e dei democristiani del dopoguerra. Credo sia stato un esempio infelice, un po' come se la platea fosse piena di quei vetero nostalgici a cui nessuno di noi ha francamente mai pensato di assomigliare. Avrebbe dovuto fare esempi più recenti: anche il mondo del salto nel futuro con i trattati europei di Ciampi e Prodi non c'è più, anche quello di D'Alema che prometteva libertà nella flessibilità del lavoro, e quello di Bassanini che progettava di modernizzare la macchina dello Stato per renderla più vicina ai cittadini, quello di Berlusconi e del sogno di un profitto privato che producesse ricchezza diffusa, quello di Bossi con le sue scuole in dialetto, quello di Bertinotti che si batteva per le 35 ore come in Francia. Ecco, anche tutto questo irrimediabilmente non c'è più. Anche del movimento di Genova in realtà non sembra essere restato granché oltre alla consapevolezza di aver, come Cassandra, visto negli occhi il futuro che stava arrivando. 

Di fronte a noi ora ci sono prevalentemente macerie: alla politica, ai sogni, ai progetti diversi si sono sostituiti l'ordinaria amministrazione del presente, le promesse spot prive di visione, la rottamazione vuota presto rottamata, e con esse  la rabbia, la delusione, l'omologazione nella sfiducia e tanta, troppa, povertà e paura. Siamo sicuri di poter parlare di centro-sinistra come se tutta questa gigantesca mole di problemi non esistesse? Siamo sicuri di poter immaginare per il futuro prossimo un'alleanza per il governo nazionale con un partito che ormai da anni è costantemente impegnato a nascondere con la propaganda gli effetti che le proprie scelte hanno sulla vita reale delle persone?

Per questo mi preme sottolineare una preoccupazione: non vorrei che il richiamo continuo all'unità in nome del comune nemico a destra, producesse in realtà quell'eterogenesi dei fini per cui il consenso alle forze della destra estrema e populiste cresce ogni qualvolta il sistema politico si arrocca a difesa della stabilità del sistema stesso.

Forse è per questo che con Pisapia abbiamo uno sguardo così diverso sulla riforma costituzionale e il referendum: lui sembra concentrarsi su velocità, efficenza, capacità di adattamento dei parlamenti nazionali alle logiche che dominano la competizione dentro il sistema globale. Noi del No a sinistra invece ci concentriamo su partecipazione, rappresentanza dei cittadini, equilibrio dei poteri.

Ci concentriamo in sostanza su una concezione che attribuisce al sistema politico la funzione di rappresentare la società e di costruirne una diversa. Non tifiamo instabilità o stabilità, ma cerchiamo il giusto equilibrio che renda possibile per la società condizionare i parlamenti e per i parlamenti agire efficacemente per cambiare la società secondo i bisogni che essa esprime. Stiamo suonando un campanello di allarme, dopo che siamo stati inascoltati quando al tempo dell'approvazione dell'Italicum chiedemmo a Renzi di considerare i rischi a cui la sua legge elettorale esponeva il paese. Voteremo No, non per conservatorismo, ma perché le trasformazioni sociali ed economiche dell'ultimo decennio sono state così dirompenti e così poco governate che procedere all'ennesima verticalizzazione istituzionale può costruire, fuori dalla rappresentanza istituzionale, fuori dalla politica delle forze organizzate, un'accumulazione di rabbia, esclusione e risentimento potenzialmente esplosiva.

Abbiamo bisogno di una democrazia inclusiva, che è cosa ben diversa dalla democrazia decidente di Renzi. Non è un vezzo antimoderno, perché è proprio nella storia recente d'Europa che troviamo le ragioni che ci suggeriscono quella prudenza e saggezza che Renzi non ha avuto: dalla Brexit alla crescita esponenziale dell'astensionismo, alle spericolate avventure di movimenti che raccolgono il nostro popolo senza avere un porto dove portarlo. La riforma Renzi-Boschi può alimentare, invece di asciugare, le pozze a cui attingono quelle forze di cui Pisapia è giustamente preoccupato. 

Nasce da qui, a mio parere, la necessità di insistere non solo sul NO, ma anche su un modello di legge elettorale di stampo proporzionale. Una sinistra che prenda sul serio le cose che dice, dovrebbe rifletterci con maggior attenzione. Non è un tema politicista, ma è una delle condizioni che rendono possibile un cambiamento di schema e quindi scenari diversi in cui provare a perseguire le politiche che ci stanno a cuore. Di fronte a tanta incertezza, qualcosa di certo però c'è e non dobbiamo scordarcelo: con la vittoria del Si non ci sarà alcuna dittatura, ma non ci sarà nemmeno alcun cambiamento di segno progressista all'orizzonte. Ci vediamo in piazza il primo ottobre a Firenze: ci aspetta una lunga battaglia di idee, cominciamola con il piede nella piazza giusta.