IL CENTROSINISTRA: UNA COALIZIONE A RIPETERE.

La rottura consumatasi in Sinistra Italiana alla vigilia del congresso costitutivo era finora avvolta da una coltre di mistero per i non addetti ai lavori. La mancanza di un documento alternativo a quello partorito dalla commissione nazionale non aiutava certo a comprendere i motivi di un così netto dissenso. Nè aiutava un avvio di dibattito dove la genericità delle affermazioni contribuiva ad aumentare ancora di più la confusione. Infine l’idea che si possa rompere un partito per la difficoltà di raggiungere Roma partendo da Civitavecchia aggiungeva un tocco di tenera comicità. Ma negli ultimi giorni, sia l’intervista di Pisapia che alcuni interventi hanno diradato la nebbia che avvolgeva il progetto politico degli scissionisti. Il tema è la ricostruzione di un rapporto con il PD di Renzi e la rinascita del Centrosinistra.

Sia chiaro che una discussione sulla possibilità di un nuovo centrosinistra non può certo essere un tabù, ma proprio per questo occorreva avviare un confronto di merito piuttosto che alimentare una inutile confusione. La stessa questione della necessità di dialogare a tutto campo non può infatti prescindere dal merito. Perché possiamo certamente dialogare con il PD, ma a partire dai risultati di questi quasi 4 anni di governo. Se diamo uno sguardo alla situazione del paese vediamo una inesorabile crescita della precarietà e della povertà, mentre si aggravano le condizioni delle finanze pubbliche con l’aumento del debito e la sofferenza degli enti locali. Tutte le leggi che secondo il PD dovevano produrre un immediato miglioramento nel tessuto sociale del paese, hanno fatto fallimento in primis il cosiddetto “jobs act”.

Lo Stato italiano assomiglia sempre più ad HAL 9000 il supercomputer di bordo della nave spaziale Discovery nel film “2001: Odissea nello spazio”, quando alla fine del capolavoro di Kubrick a poco a poco si spegne. Dalla giustizia alla scuola, dalla sanità ai trasporti, è questa la sensazione che gli italiani percepiscono e non bastano le sacche di eccellenza a cancellare una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Nè soprattutto è servito il giochino inaugurato da Berlusconi di scaricare responsabilità e problemi (ma senza adeguata copertura finanziaria) alle istituzioni territoriali. Sono venuti al pettine i nodi di un’adesione ai dettami del liberismo imperante che ha devastato l’Europa ed aperto le porte al populismo reazionario che minaccia di andare al governo di molti paesi del nostro continente. Ma soprattutto emerge la necessità di una seria analisi di cosa è stata nel nostro paese in questi anni quell’esperienza politica denominata appunto centrosinistra e dominata dai soggetti politici che hanno poi dato vita all’attuale PD. Ciò è necessario proprio perché quello che oggi definiamo renzismo non nasce all’improvviso, ma ha la sua genesi proprio a partire dalle scelte di politica economica ed istituzionale che si sono succedute dalla metà degli anni 90 ad oggi. Dalla precarizzazione del lavoro (vedi pacchetto Treu) alle privatizzazioni, dalla distruzione dello stato sociale alla crescita delle spese militari con la supina adesione allo stato di guerra permanente voluto in primis dagli USA. La cornice istituzionale è stata quella della compressione degli spazi di partecipazione a vantaggio di una idea neocentralista ed autoritaria della politica che ha avuto una precipitazione nel recente referendum costituzionale.

La lotta al berlusconismo è stata un alibi per l’adesione ad un idea di un liberismo ben temperato che vedeva nei poteri sovrannazionali (in particolare la triade composta da Commissione europea, BCE, FMI) la principale fonte di legittimazione. La sinistra ha pagato il prezzo più alto soprattutto perché si è determinata l’idea che i programmi elettorali (vale a dire gli impegni presi con gli elettori) fossero mera propaganda, polverosi libroni da abbandonare, una volta passate le elezioni, alla “rodente critica dei topi”. Proprio il distacco tra promesse elettorali e pratica di governo hanno generato una progressiva sfiducia da parte dell’elettorato di sinistra verso la politica con la crescita del fenomeno dell’astensionismo da un lato e il clamoroso successo del grillismo dall’altro.

In questo quadro drammatico l’ultima cosa che oggi può interessare le persone è la riesumazione di vecchi schieramenti invece che di nuove politiche. La Sinistra per rilanciarsi non può coltivare l’idea di vivacchiare all’ombra del PD per poter racimolare qualche postazione istituzionale, ma al contrario deve ripartire dal cuore della crisi per costruire una reale alternativa di governo che dia finalmente una prospettiva di sviluppo al nostro paese. Quello che proponiamo è proprio il contrario di una chiusura minoritaria, ma l’apertura di una vera e propria lunga marcia popolare che vive nelle lotte e nei movimenti di questi tempi in collegamento con le esperienze più avanzate della sinistra europea. Da questo punto di vista noi ribaltiamo completamente l’idea del confronto e delle alleanze politiche. Non più partire dagli schieramenti per determinare le politiche, ma partire dalle politiche per determinare gli schieramenti. Ecco, il centrosinistra è finito nella società prima che nella politica e non sarà certo una scissione che potrà resuscitarlo.