Ottant'anni dalla morte di Antonio Gramsci. Un gigante senza tempo.

Si terrà domani a Roma, presso la sala Gonzaga in Campidoglio, un seminario promosso da Michele Prospero per Sinistra Italiana, in occasione degli ottant'anni della morte di Antonio Gramsci. Sarà una giornata intensa, attraversata dai contributi di dirigenti, intellettuali, personalità della Sinistra italiana. Si tratterà di una occasione utile e preziosa, non solo per ricordare un gigante della cultura europea, ma anche per ricostruire la traccia del pensiero di Gramsci dentro le fratture e le questioni di questo tempo. "Impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent'anni", era l'auspicio e l'intendimento del pm fascista Michele Isgrò nella sua requisitoria, quella del processo che nel 1928 lo condannò ad una lunga prigionia nelle carceri del regime, che ne compromise irrimediabilmente la salute. Quel processo che Gramsci affrontò con la fierezza del militante comunista e antifascista, quasi profeticamente affermando: "Voi condurrete l'Italia alla rovina ed a noi comunisti spetterà di salvarla». Allora era distante l'alleanza con il nazismo (non ancora giunto al potere in Germania) l'orrore delle leggi razziali, la guerra, ma Gramsci vedeva lucidamente la spirale tra dittatura e guerra stessa che il fascismo avrebbe generato. Se si pensa al contributo decisivo, certo non solitario, ma dentro uno schema di ampia collaborazione tra le forze democratiche e antifasciste, che i comunisti diedero poi alla Resistenza, alla Liberazione, a quell'Umberto Terracini che firmò dopo la guerra la Costituzione italiana in qualità di Presidente dell'Assemblea Costituente, quelle parole davvero appaiono profetiche. Negli anni del carcere il cervello di Antonio Gramsci non cessò di pensare,e di funzionare, come è noto, lasciando un patrimonio immenso di elaborazione politica e culturale che fu quello dei Quaderni. Naturalmente la grandezza di Gramsci fu quella di consegnare categorie sempre vive di analisi della realtà, di analizzare nel profondo le basi costitutive dello Stato e della società italiana. Le parole che utilizza a proposito del fascismo come forza che si autorappresenta come "anti-partito", "che ha dato modo ad una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri", fino a diventare "fatto di costume", ad identificarsi "con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano" ci raccontano di fenomeni che hanno caratterizzato anche in tempi più recenti l'irruzione di forze nello scenario politico italiano, naturalmente con caratteristiche differenti e dentro scenari storici radicalmente diversi, ma con alcune innegabili analogie nella relazione con sentimenti e pulsioni di una parte della opinione pubblica di questo Paese. Dunque, categorie universali,e vive nel tempo. Vive anche in questo tempo. In tanti, ad esempio, hanno osservato come il concetto di "sovversivismo delle classi dirigenti" sia straordinariamente efficace per descrivere genesi e successo del trumpismo negli Stati Uniti, o l'attacco alle Costituzioni nazionali nate dall'antifascismo e costruite sul cardine dell'uguaglianza e della giustizia sociale da parte dei poteri della finanza e dell'economia europea ed internazionale, che trovano puntuale corrispondenza nell'operato di larga parte della classe politica.E poi l'egemonia, che non è mai dominio in Gramsci, ma consenso, produzione di cultura, di "prassi", perfino connessione sentimentale. Teorizzando e spiegando la distanza tra una "classe dirigente", ed una "classe dominante". Gramsci fu un comunista di quel tempo, del suo tempo, immerso nella battaglia politica e nella storia nuova che aveva aperto la rivoluzione di ottobre che sostenne con entusiasmo, anche come rottura di una visione deterministica della storia e del marxismo e vittoria di uno slancio volontaristico (La Rivoluzione contro il Capitale, la definì), non rinunciando ad una critica anche aspra all' evoluzione di quella esperienza: "voi state distruggendo l'opera vostra", scriveva nella celebre lettera al Comitato centrale del Partito comunista sovietico nel 1926. E' difficile, forse impossibile, riassumere il senso della sua eredità politica e culturale. Vive nei tanti passaggi della sua vita, nei suoi scritti e nel suo pensiero. Forse è stato il più grande tra i comunisti italiani, nell' immaginare i presupposti teorici e politici che consentirono al Pci di diventare il più grande Partito comunista d'Occidente, presupposti a cui Togliatti diede svolgimento con il suo "Partito nuovo" nel dopoguerra. Di certo fu un comunista che amò la libertà, e che visse, e morì, fedele al pensiero che ci ha lasciato.

Roberto Montefusco