Se le fondamenta non reggono più - Michele Prospero

Se le fondamenta erano l’obiettivo, a Milano il lavoro di scavo non è cominciato nel segno giusto. Vecchie pietre, che andavano rimosse, sono state rispolverate. Nuovi pezzi, che andavano evocati, sono stati occultati. E così l’ambiguità strategica rischia di far crollare le incerte mura. Un’aporia costitutiva accompagna il Mdp. Ha a che fare con la comprensione delle fratture che giustificano la nascita di un soggetto nuovo e con l’atteggiamento da coltivare verso il vecchio partito appena abbandonato.

E’ arduo affrontare i traumi della separazione, mettere in conto i costi elevati della rottura e poi, come ipotesi ricostruttiva, estrarre proprio l’immagine di un nuovo centro sinistra. Tanto rumore per nulla: sopportare i traumi della fuga, e poi avere una grande nostalgia della casa appena lasciata. Ad incrementare la confusione c’è pure la ribadita distinzione tra Renzi l’intruso e il Pd quale interlocutore da ritrovare con i riti d’un tempo (primarie, tavoli) per la grande coalizione contro i barbari.

Tra l’idea di un nuovo centro sinistra e la costruzione di un soggetto diverso esiste una antinomia irrisolta. La formula di una paziente tessitura, per approdare alla riconciliazione con un Renzi ricondotto da un magico federatore sul bel sentiero coalizionale, rende difficile il cammino. Ma anche la credenza che il Pd sia cosa ben diversa dal suo leader poggia su dati analitici fragili e diffonderla induce presto al fallimento del Mdp. Se questa è l’analisi, e come scenario c’è la coalizione o il diluvio, senza fondamenta è l’impresa dei fuggiaschi che rompono ma sono paralizzati dall’ansia del ritorno.

Avrebbero fatto bene a rimanere nel porto, a rinunciare a un viaggio incerto. Non si fa un partito nuovo per ripresentarsi a contrattare, prima ancora di combattere, con il nemico abbandonato. Questo negoziato per le politiche, i posti, le spoglie poteva svolgersi con pari efficacia anche dentro le mura antiche. Dopo l’uscita, non rende certo più forte chi ha accumulato rancore verso una leadership odiata, la prospettiva di una riconfluenza nella dimora nelle vesti di alleati critici. Da una analisi sbagliata (necessità di simbolo comune di tutti gli antipopulisti) può scaturire solo una strategia subalterna che segna l’eclisse di un tentativo che non scioglie le aporie.

Se la distanza ideale da Renzi era diventata così ampia da risultare insopportabile, e se il suo comando caporalesco era percepito come un affronto all’arte della direzione politica, allora bisognava preventivare l’impossibilità del ripensamento. Solo l’assenza di tentennamenti, e quindi l’azzeramento di deboli nostalgie di intesa, avrebbe garantito ai fuoriusciti uno spazio politico. Per questo non ha efficacia alcuna la distinzione tra un infrequentabile Renzi acclamato dalle primarie e un bel Pd delle origini da resuscitare nelle sue autentiche radici dopo un attimo di sbandamento.

Queste fondamenta non reggono più. Sono marcite. E il Pd ormai non è altra cosa rispetto a Renzi, è una cosa non più recuperabile. La determinazione di assumere una trasparente inimicizia politica contro Renzi e il Pd è la condizione imprescindibile per ogni progetto di costruire il nuovo. La sola operazione che può essere realisticamente avviata è quella che prevede una sinistra identitaria ma plurale, realistica nel gioco politico ma con una proiezione sociale, aperta alle sperimentazioni disobbedienti ma nel solco costituzionale.

Non bisogna lasciare addormentare il peso delle due fratture che hanno spostato le opinioni pubbliche e ferito il Pd e Renzi, quella costituzionale con il referendum di dicembre e quella sociale, con la protesta contro il Jobs Act. Su queste due emergenze, che qualcuno a Milano ha richiamato senza però dedurne che esse conducono con coerenza ad essere alternativi al Pd, va organizzata l’offerta politica nuova con un arco di forze della sinistra sociale e costituzionale.

Se si fa una scissione, e però non si marcia verso una autonomia delle sinistre ma si insegue il miraggio del successo immediato, da condividere con il Pd rigenerato attraverso il soccorso di un mitico federatore, non si trovano le fondamenta. Si raccolgono solo i resti di chi ha osato sfidare il capo ma offrendo proprio a lui le armi, in segno di resa preventiva. Per chi, andando a Milano, non si è rassegnato al destino di aspettare che dal Nazareno giungano i cenni di una riconciliazione, si è trattato solo di tempo perduto per un’attesa senza fondamenta.

Michele Prospero