Competitività e meritocrazia, l’altra economia secondo Bergoglio

Eviterei di discutere dell’intervento all’ILVA di Papa Francesco come se il centro del suo intervento fosse stata la contrapposizione fra diritto al reddito e diritto al lavoro. Perché anche chi sostiene il diritto al reddito non lo ha mai pensato come una misura sostitutiva alla necessità di creare lavoro, e perche’ il lavoro a cui pensa chi il diritto al reddito lo contrasta è radicalmente diverso da quello a cui pensa il Pontefice. Dignitoso, stabile, con la possibilità  di tanto tempo libero, a partire dalla domenica, con un salario che permetta una vita libera dall’incubo della miseria. Il contrario del precariato e dei voucher, che chi ci governa vorrebbe reintrodurre per legge, dopo averli abrogati per sottrarsi al giudizio del referendum. Il sostegno al reddito per i disoccupati e’ la condizione per sottrarsi al ricatto che costringe ad accettare lavori senza diritti e con un salario al di sotto del livello minimo di sussistenza. Quei lavori cioè che Francesco ha bollato come indegni di uno Stato civile.

La portata rivoluzionaria dell’intervento di Francesco all’Ilva sta nel modo un cui ha parlato della figura dell’imprenditore, di competitività e di meritocrazia, mettendo sotto accusa un po’ di parole e di pratiche che sono ormai entrate nel senso comune diffuso, anche a sinistra. L’imprenditore che risolve i problemi della sua azienda licenziando non e’ un imprenditore ma un “commerciante”, e dei peggiori, perché tratta come una merce le persone che lavorano. E la competitività nella gestione dell’impresa è un disvalore perche’ mina la fiducia e la collaborazione fra i lavoratori. Sembra quasi che papa Francesco abbia letto Richard Sennet che nel suo recente libro “Insieme” ci mostra con dovizia di storie e di esempi come lo stimolare la competitivita’ dentro le imprese, la lotta di tutti contro tutti per emergere ed affermarsi, renda le imprese impotenti a reagire alle crisi e insieme incapaci di innovazione produttiva ed organizzativa. La sostituzione della competizione alla cooperazione nella teoria e nella pratica organizzative è una delle cause non ultime della crisi che stiamo attraversando.

Lo stesso per la meritocrazia. Anche qui Francesco sembra conoscere le ragioni che animarono chi ha introdotto il termine. Un vecchio sociologo “old labour”, ferocemente antiblairiano, Michel Young, che scrisse un libro di fantasociologia, “L’origine della meritocrazia”, per mostrarci a quali orrori puo’ arrivare una società in cui redditi e potere vengano distribuiti sula base dei quozienti di intelligenza. La meritocrazia, ci ha detto il Papa, serve a colpevolizzare i perdenti, a voltare le spalle ai poveri e a chi resta indietro, nella scuola, nella societa’, nei luoghi di lavoro.

Ci pare quella che ha fatto domenica Francesco sia una operazione non banale. Perché ha messo in discussione concetti cha hanno attraversato e impregnato di se anche il campo della sinistra storica. La competività come regolatrice dei comportamenti delle imprese nel mercato e nell’organizzazione del lavoro, e la meritocrazia come modo per regolare le posizioni di potere e di reddito dentro l’economia e la società. E Francesco pare non curarsi proprio della compatibilita’ economica delle sue affermazioni. Perche’ l’economia che ci impone le sua compatibilita’ come fossero una necessita’ naturale e’ una economia “astratta”, che volta le spalle di fronte ai “volti” di chi lavora e di chi e’ disoccupato, alla poverta’ e all’ambiente. Ed è quella che spinge al consumismo, e al debito delle persone e degli Stati come norma del suo funzionamento. C’e’ bisogno di un’altra economia sembra dirci Francesco. Cha parta dal valore d’uso delle cose, e dalla dignita’ delle donne e degli uomini che lavorano come variabile indipendente. Un bel compito, se ne abbiamo la voglia e le forze, per la sinistra che lavora a ricostruirsi.

Articolo pubblicato su il Manifesto 30 maggio 2017

Se dobbiamo rifarci ad una visione gesuitica del mondo per cambiarne le modalità non mi pare che stiamo percorrendo una strada che porti a quei valori in cui, bene o male, tutti crediamo. Competitività e meritocrazia non mi sembrano termini, e quindi pratiche, da demonizzare. Non dimentichiamo mai che questo papa ha detto tutto e il contrario di tutto. Competitività è il modo in cui l'impresa si pone al di fuori di essa in un contesto in continua mutazione, dove l'innovazione e la creatività diventano i diktat per rimanere a galla. La competitività bergogliana è una competizione tutta all'interno dell'impresa, dove come in una battaglia omerica tutti si sfidano per dimostrare al padrone la propria indispensabilità. Pare che il papa veda solo una tenzone gladiatoria tra i servi, dove invece la cooperazione tra i dipendenti rimane la chiave di volta per percorrere una strada che porta ad un lavoro che sta scomparendo e che rappresenta l'unico argine all'arroganza dei padroni. Per quanto riguarda la meritocrazia mi pare che nel mondo ce ne sia un disperato bisogno, senza guardare a visioni distopiche che immaginano società a Q.I. maggiorati. Il merito non è definito solamente dalla capacità cerebrale, ma è soprattutto definito da una consapevolezza etica e morale, di cui, la chiesa ha dato nel tempo gli esempi più negativi e retrogradi. Non dimentichiamo mai che la religione siede al tavolo del potere e ne condivide le pratiche. Non si cambiano i rapporti di forza con un discorsetto attento ai sondaggi, ma seguendo l'esempio fulgido che ci diedero quei giovani morti per un'idea che è ancora là dall'inverarsi. Abbiamo bisogno di una nuova resistenza, ma non a parole, perché con le nostre parole il potere ci si fa la birra