Il 4 dicembre 2016 abbiamo seminato un campo, aiutiamolo a crescere a Sinistra

Questa mattina mi sono svegliata per l’ennesima volta con un pensiero in testa che da giorni non mi da tregua. Un pensiero disordinato forse, mal sorretto da una cronaca politica sincopata e altrettanto disordinata, talmente strumentale da non esser utile nemmeno per soddisfare il senso critico di chi legge.

Da dirigente locale di Sinistra Italiana mi costringo a scrivere nella speranza di ordinare le idee e trovare un’interpretazione che chiarisca con metodo lo scenario politico in evoluzione nelle ultime ore.

Mi chiedo, è più importante governare o tenere fede ad una promessa?

Poi, le due cose sono in contraddizione oppure no?

Governare significa contare, avere facoltà, amministrare il potere di decidere per noi e per gli altri. Ma qual è il prezzo?

Non deve esserci un prezzo da pagare, serve solo l’onestà di non chiederlo a nessuno o pretenderlo. In uno Stato democratico e civile esistono regole da rispettare per tutti, noi abbiamo la fortuna di avere la Costituzione che ci segna una via, basta quella come faro e non servono adeguamenti perché i principi fondanti sono sempre validi, anche dopo settant’anni.

Forse chi voleva cambiarla il 4 dicembre aveva capito che le regole o sono troppo difficili da praticare o troppo difficili da eludere quindi era bene modificarne le parti più scomode. Il Presidente del Consiglio sbandierava l’Apocalisse se avesse vinto il NO, eppure nonostante tutto, il PD è ancora saldamente al comando, ora agitando alternativamente il fardello della crisi per piegare e restringere il campo dei diritti, ora largheggiando su se stesso e sui successi internazionali di un Governo completamente supino alle leggi della globalizzazione.

Con questi presupposti, ci stiamo avvicinando di gran carriera alle elezioni, prima amministrative e poi politiche.

Per una volta le aperture, gli interlocutori dobbiamo essere noi a sceglierli. Quel ‘mai con il PD’ ci risuona nelle orecchie come un mantra, ma per alcuni assomiglia più al richiamo delle sirene. E il richiamo è sempre più forte mano a mano che localmente si avvicinano le elezioni amministrative e vediamo così comparire liste che assomigliano a mostri a sette teste che nascondono matrimoni in controtendenza rispetto alla linea del partito.

Inutili alchimie.

Servirebbe prendere atto, correggere ciò che serve affinché gli interessi personali non contino più della fedeltà ad un’idea, quindi servirebbe correre ai ripari e isolare questi episodi affinché non si palesino come precedenti avvallati e da avvallare in futuro.

Una mela marcia non può far marcire tutto il cesto.

Naturalmente, ciò che accade a livello locale è pericolosamente vicino per altri aspetti, a ciò che potrebbe conclamarsi a livello nazionale. Quel 5% che garantisce l’ingresso in Paradiso, viene vissuto dai più come fossimo in un girone infernale.

Serve chiarezza.

C’è chi dice che siamo rancorosi? Non lo siamo, così come non siamo figli di un Dio minore. Per questo è sbagliato pretendere di dettare l’agenda altrui così come non è accettabile farsela dettare supinamente per poter aspirare ad un posto in prima fila.

Se c’è un’apertura su un dialogo possibile nel variegato universo della sinistra che si muove in questo momento fuori dal PD, ognuno dovrà fare la sua parte, non con lo scopo di soppesare col bilancino quote di peso e spartire il numero di assessori in una giunta o pensare alle grandi ammucchiate elettorali con i soliti noti nominati capo lista bloccati alle politiche.

Ben venga il progetto di una sinistra unita e solidale, ma serve decidere davvero una linea condivisa sulle azioni pratiche e realizzabili per la lotta comune al neoliberismo che ha poco a che fare con il linguaggio dei salotti, dove imperano meravigliose teorie che non hanno mai espresso nessun impegno fuori dalle sacre stanze. La pseudo sinistra radical chic che aspira oggi al ritorno del modello ormai logoro del Centro Sinistra e che ha rimpicciolito il cuore della sinistra per potersi sedere a tavola, è nata e si è sviluppata proprio qui, nei salotti e non nelle fabbriche, quindi sarebbe utile ricordarlo a qualche smemorato opportunista.

Fuori dalle sacre stanze ci sono i soliti a pagare, ‘quelli delle fabbriche’, quelli pagati con i voucher, quelli che non accettano che il loro lavoro sia regolato dal Jobs act, quelli che vivono con la miseria che li rincorre. Quelli che appartengono ad una classe sociale che non esiste più e che sono diventati quasi invisibili, ma che hanno nome, padre e madre e non hanno dimenticato cosa significa la parola sinistra perché la praticano ogni giorno senza tessera in tasca.

Dobbiamo chiedere a loro di prestarci i loro volti e la loro voce per essere credibili di fronte a chi vorremo scegliesse di camminare al nostro fianco per dare forza ad un progetto politico che abbia testa e cuore. Sono quelli i volti che rappresentano la sinistra e non altri.

Il vero polso della società a oggi non rappresentata da nessuno.

Quella è la maggioranza che ha deciso di non essere più silenziosa dal 4 dicembre.

Poi ci siamo noi, militanti in un partito giovane nato con grandi ambizioni e radici profondissime, che abbiamo deciso di prendere un impegno e ci siamo iscritti ad un partito e non mastichiamo amaro di fronte a chi disgustato storce il naso perché abbiamo avuto il coraggio di parlare di politica stando dentro un partito e non siamo disposti ad abbassare lo sguardo perché abbiamo qualcosa in cui credere.

Ritengo inutile ascoltare chi si candida a guidare la Sinistra e poi parla di coalizione di Centro Sinistra. Il vocabolo Sinistra, per me non è emendabile, così come non sono emendabili i suoi principi.

Così come non può portare fortuna alla sinistra riesumare le ‘Cariatidi’, anche il giovanilismo tanto sbandierato come risorsa oggi è ugualmente una pericolosa forzatura. Proprio noi, dentro Sinistra Italiana abbiamo visto vorticosi passi di valzer, energicamente proporzionali all’ età di giovanissimi arrivisti che opportunamente hanno cambiato casacca perché non sono riusciti a rubare il pallone prima dell’inizio della partita.

Io, ho quasi cinquant’anni e nessuna aspirazione particolare, voglio solo un partito da votare domani e Sinistra Italiana per questo non l’ho mai intesa come un esperimento da aggiustare in corsa, per me restano saldi i punti fondanti contenuti nel documento uscito dal congresso di Rimini.

Per questo credo che la fascinazione della sicurezza, del ricordo vivo, ancora sognato e rimpianto di ciò che fu il Centro Sinistra, faccia breccia non solo su chi ha memoria breve per la disperazione e non ama l’incertezza del mare aperto, ma soprattutto su chi ha fatto un mero calcolo matematico di opportunità e perciò è disposto ad accettare di rimangiarsi a grandi bocconi le scelte di un passato che si è rivelato di tragico fallimento.

Bisogna per questo prestare attenzione a chi si sceglie come compagno di lotta per governare. Non possiamo dimenticare che c’è sempre il disagio di quella zona grigia, del non detto fino in fondo a prevalere e a creare il sospetto, vissuto da chi subisce questa scelta, ovvero i militanti di base. Quella base che dovrebbe essere il principio di tutto ma che si trova disarmata mentre sta costruendo con fatica e impegno il suo percorso identitario.

A Livorno si dice che ‘per forza non si fa nemmeno l’aceto’. Ed è vero, ognuno è quel che è e mal si assoggetta alle costrizioni quando si parla di dignità e di idee che sono radicate da generazioni nella carne e nella testa di un popolo. Tenere il punto significa non abdicare né con i fatti né con le parole. Tanto è vero che nella mia città si è scelto con un atto violento di frattura di punire una sinistra che non era più degna di quel nome da molto tempo. Il 4 dicembre abbiamo seminato un campo, aiutiamolo a crescere a Sinistra .

Questa ritengo sia l’unica lotta di governo per la quale dovrà continuare con forza a spendersi Sinistra Italiana, insieme a chi condividerà questo obiettivo.

Io vorrei partire da qui.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana - Federazione di Livorno