SALVARE LE CITTA’, PIUTTOSTO CHE LE BANCHE

Sono oltre 8 milioni i cittadini residenti nelle prime 10 città italiane. La cifra cresce se aggiungiamo tutti coloro che le praticano per motivi di lavoro, studio o altro, e quelli che risiedono temporaneamente o che hanno altrove la residenza ufficiale. Possiamo quindi dire che circa un 20% della popolazione italiana è direttamente o indirettamente interessata alle condizioni materiali di queste grandi città. E queste sono oggi tutte, anche se in misura diversa, in condizioni di grande sofferenza. Dalla mobilità ai servizi sociali, dalla manutenzione urbana all’edilizia scolastica, dai tassi di inquinamento al ciclo dei rifiuti, non c’è un settore che non attraversi difficoltà. Sono giunti al pettine i nodi di decenni di scelte politiche nefaste che hanno a poco a poco strangolato le capacità finanziarie dei comuni. Una sorta di nuovo centralismo che scaricava sugli enti locali i costi della propaganda contro la fiscalità generale e della politica delle grandi opere. La spending review non ha aggredito il tema degli sprechi e della corruzione, ma ha solo riproposto ad ogni giro tagli indiscriminati a carico dei comuni.

Crescono così, esponenzialmente, sofferenza urbana e disperazione sociale che solo una concezione scellerata della politica può pensare di risolvere con misure repressive quali quelle previste dai provvedimenti proposti dai ministri Minniti e Orlando. Il degrado delle città è figlio delle politiche di austerità imposte dai governi che si sono succeduti. In questo quadro appare scandaloso che in pochi giorni si trovino risorse per salvare le banche, mentre si lasciano le città al loro destino.

Per questo si rende necessaria una mobilitazione delle città verso il governo per imporre un netto cambio di rotta. Pensiamo ad interventi mirati nei settori della mobilità, dello smaltimento dei RSU, del disinquinamento, dell’uso delle energie rinnovabili, delle politiche sociali. Così come un intervento di razionalizzazione delle aziende municipali che consenta di salvaguardare i livelli occupazionali e al tempo stesso le funzioni verso la collettività.

Prendiamo ad esempio il settore del trasporto pubblico locale e cosa significherebbe un piano di accorpamento liddove esistono più soggetti e al tempo stesso l’investimento per il potenziamento dei mezzi (una parte dei quali con motore elettrico per abbattere i fattori inquinanti) con lo sblocco del turn over, e che ricadute avrebbe sulla vivibilità urbana-

Insomma è giunto il tempo per un vero e proprio Piano di intervento pubblico nelle città, perché salvare le città significa salvare i cittadini.