Se ieri un velista avesse attraversato il golfo di Napoli, avrebbe visto uno scenario singolare. Il Vesuvio ricoperto da immense colonne di fumo. Il paradosso è che questo fumo non proviene da una rinnovata attività vulcanica, ma da un'impressionante sequenza di incendi appiccati in simultanea.

Ma non solo il Vesuvio va in fumo in quella che si preannuncia come “lunga estate calda”. Tutta la Campania è sottoposta ad una sorta di fuoco incrociato senza che si scorga una reale strategia di contrasto. Sia chiaro che in queste ore va messo in luce lo straordinario sforzo delle squadre operative che sul campo si stanno prodigando per contenere il fenomeno e salvaguardare territorio e persone. Al tempo stesso va richiesta una rapida e rigorosa azione per individuare e colpire i responsabili di questi crimini che appaiono sempre più come il frutto di un'azione programmata e meticolosamente organizzata.  Nè appare utile e corretto utilizzare la tragedia che si è abbattuta sulle nostre zone per il solito circo barnum della polemica spicciola. 

Va invece avviata una riflessione seria ed approfondita che proprio dagli avvenimenti di questi giorni possa far scaturire una politica territoriale che eviti il ripetersi di tali eventi.

Innanzitutto partendo proprio dalla messa in sicurezza del Vesuvio e del suo Parco. Appare chiaro che da oggi dovrebbero essere presidiati tutti i varchi stradali che portano alle pendici del vulcano sia dal lato interno che dal lato mare. Questo renderebbe molto più difficile il portare all'interno dell'area boschiva del Parco il materiale utilizzabile per gli inneschi. In questo senso l'uso delle squadre dell'esercito così come attualmente previsto dall'operazione “Strade Sicure”, che solo parzialmente prevedeva la copertura dell'area vesuviana, andrebbe radicalmente rivista.

Gli incendi trovano letteralmente terreno fertile dallo stato di incuria nel quale versa il nostro sottobosco, data la cronica carenza di manutenzione a cui va aggiunta la presenza di migliaia di cumuli creati dallo sversamento abusivo di rifiuti, molti dei quali altamente infiammabili. Bisogna invece da subito adottare una strategia di cura permanente del territorio. Questo significa ribaltare la filosofia emergenzialista adottata da alcuni anni a questa parte e simbolicamente sancita dal passaggio delle attività AIB (in ambito regionale) da Agricoltura e Foreste alla Protezione Civile.

Nel corso degli anni il personale impegnato nell'AIB (tra i vari soggetti coinvolti) è diminuito a causa dei pensionamenti, delle inidoneità e dei trasferimenti, va aggiunto che ormai l'età media di questo personale tende sempre più naturalmente ad innalzarsi. Si pone quindi il grande tema dello sblocco del turn over e di un piano di assunzioni che contribuisca a ritornare a livelli operativi accettabili data l'ampiezza del territorio considerato. Anche qui va ribaltata la logica imperante in questi anni che punta a sostituire impieghi professionali con volontariato e precarietà (pensiamo allo scandalo degli stagisti utilizzati nei tribunali o agli scontrinisti utilizzati nei Beni Culturali).

E' giunto il momento di mettere in discussione l'esperienza avviata con il DMI del 26/11/2012 che ha istituito il cosidetto “patto per la terra dei fuochi” coordinato da un commissario prefettizio e che ha visto l'adesione di circa un centinaio di comuni. Tale patto ha dato vita ad una meritoria attività di segnalazione dei punti di sversamento abusivo di rifiuti, ma, con la logica del costo zero a carico dello Stato e del carico degli oneri sui Comuni, poco si è fatto sul tema fondamentale della rimozione di tali cumuli. Anche la centrale questione della videosorveglianza, strumento decisivo per la riduzione del fenomeno, è stata meramente evocata, ma nessun impegno finanziario di tipo strutturale è stato messo in campo.

Infine il tema del quadro legislativo nazionale, se il punto di riferimento essenziale resta la legge 353 del 2000, va tenuto conto della necessità di una revisione anche solo dovuta alla sopravvenuta scelta, a mio avviso sciagurata, di scioglimento del Corpo Forestale dello Stato che ha creato un vuoto attualmente ancora non colmato.

Questi sono solo alcuni dei punti su cui dovrà svilupparsi l'azione nei prossimi mesi.