Migrazioni e diritti: il prezzo che stiamo pagando

In quest’epoca di spot pubblicitari e slogan elettorali, da dare in pasto a un’opinione pubblica contaminata dai pregiudizi e imbarbarita dalle menzogne e dalla paura, è chiaro fino a che punto onestà intellettuale, ragionamento e senso critico siano banditi dal discorso politico, mentre l’evidenza dei dati non modifica in nulla azioni e pensiero.

Per questo rinuncio da subito a fare quello che sarebbe il mio mestiere di ricercatrice, ovvero descrivere nel dettaglio, come hanno già fatto tanti colleghe e colleghi più qualificati di me, verità semplici come queste:

- le migrazioni non sono aumentate, ma sono solo cambiate le rotte e le modalità di migrare (è soltanto a partire dal 2013, con la chiusura di ogni canale di ingresso legale, che gli arrivi dal mare diventano quelli numericamente più rilevanti);

- nonostante l’efferatezza fintamente idiota delle politiche migratorie, o la speculazione continua su un’emergenza costruita, che è la principale ratio delle politiche di cosiddetta accoglienza, le migrazioni continuano ad avere un impatto economico e demografico positivo sui paesi di arrivo, mentre il loro costo in termini di sicurezza sociale praticamente non esiste;

- prassi e legislazioni sempre più repressive in materia di immigrazione non hanno fatto altro, invece, che alimentare illegalità, sfruttamento, tratta di esseri umani (anche e soprattutto, cosa che quasi mai viene considerata, nei paesi di arrivo e ad opera di cittadini europei).

A nulla servono adesso questo tipo di verità, perché non assecondano quel desiderio viscerale, che ciclicamente prende il sopravvento e diventa fenomeno emotivo di massa, di nutrire odio e risentimento verso soggetti indiscriminatamente identificati come colpevoli di ogni male, proprio perché troppo innocenti e disarmati, e quindi indifesi e in qualche modo indifendibili.

La violenza istituzionale in atto costringe però a dovere prendere parola almeno per lasciare traccia, egoisticamente, del proprio dissenso e della propria frustrazione impotente. E ci si ritrova così a scrivere oggi, con la certezza di non trovare su questo alcun accordo universale nemmeno ipocritamente dichiarato, che le vite umane inermi andrebbero sempre salvate, in ogni circostanza, senza indugio e senza condizione, e che chi le salva, o contribuisce a salvarle, non può essere criminalizzato, inquisito, esposto alla pubblica gogna, o rischiare di essere militarmente aggredito.

Forzati ad arretrare su una linea di resistenza sempre più ritirata, riaffermando tutto da capo principi minimi fondamentali, per quanto fragili, che milioni di morti avevano sancito solo qualche decina di anni fa, si è trascinati a prendere posizione tra opposte fazioni che discutono, e assurdamente pretendono tutte pari legittimità, se lasciare morire, respingere nella morte, o portare in salvo i naufraghi.

Mentre andrebbe solo riaffermato, - ma chi ascolterebbe adesso? - che le persone non dovrebbero mai ritrovarsi a naufragare, e che questo non significa affatto impedire loro di fuggire, o semplicemente di partire, ché le frontiere e i blocchi (anche questo insegnerebbe l’esperienza se ci si prendesse la briga di guardare la realtà), servono solo a rendere più pericolosi i viaggi, ad arricchire le reti criminali, a riscrivere relazioni politiche internazionali e nazionali, a vendere armi e a ridisegnare economie, ma non certo ad arrestare la mobilità umana.

In questo mare di contesa e guerra, queste donne, questi uomini, questi bambini, non ci dovrebbero mai arrivare, restando in balia delle onde come degli eventi, al centro di una faida che li vede ridotti a vittime, merce di scambio, pretesti, simboli di ideologie avverse, capri espiatori. E allo stesso modo non dovrebbero mai arrivare in Libia, come fino a ieri arrivavano in Turchia, ad attendere un gommone messo in acqua per affondare, già sapendo, per di più, che il correlato inevitabile di questo passaggio saranno prigionia e sevizie.

E invece il Mediterraneo e questi efferati paesi di transito, e prima ancora il deserto o le foreste e altre pericolosissime frontiere, sono tappe imposte nei percorsi delle migrazioni contemporanee dai paesi più poveri: queste rotte non hanno nulla di naturale, ma sono definite dalle politiche dei paesi europei che hanno eliminato ogni possibilità di fare ingresso in altro modo sul loro territorio.

Ed è esattamente così che si offrono sconfinate opportunità di guadagno per chi lucra su un servizio che diventa indispensabile: l’attraversamento delle frontiere chiuse.

Si rende conto il neo-presidente dei vescovi italiani, che ha appena capitolato alle richieste di un ministro come Minniti; si rendono conto i procuratori che stanno alacremente indagando operatori sociali e preti come si trattasse di mafiosi e corrotti, che i cosiddetti “trafficanti di carne umana” non sono i principali colpevoli, e soprattutto che i loro migliori alleati e complici siedono tutti al Parlamento europeo e negli scranni dei governi nazionali?

Si volevano fermare gli attraversamenti nel Mediterraneo? Si volevano mettere in ginocchio gli “scafisti”? Sarebbe bastato aprire vie di ingresso legali percorribili concedendo un numero sufficiente di visti di ingresso declinati per varie ragioni, da quelle umanitarie, come previsto già dagli Accordi di Schengen in una clausola utilizzata per i corridoi attivati dal progetto Mediterranean Hope della Chiesa Valdese e della Comunità di Sant’Egidio, fino a quelle di ricerca lavoro. Chi avrebbe scelto, a quel punto, di viaggiare per mesi rischiando la morte mille volte a un costo anche economico molto più elevato?

Sarebbero in tal modo arrivate più persone? Questo è tutto da dimostrare, e andrebbe rilevato tenendo conto del fatto, ad esempio, che solo nel 2006 il decreto flussi italiano aveva portato all’emissione di 550.000 permessi di soggiorno in un anno (numeri mai raggiunti dagli arrivi via mare) senza che per questo qualcuno urlasse all’invasione o che la notizia occupasse le prime pagine di tutti i giornali.

Su questo l’Italia avrebbe dovuto combattere in seno all’Unione europea, su una politica armonica di ingressi legali in ogni paese membro, seguendo un semplice principio di razionalità, prima ancora che di umanità.

Ma non c’è nulla di razionale, nelle politiche migratorie degli ultimi decenni, se non un calcolo costante e criminale di quanti voti possa portare la strumentalizzazione di questo fenomeno, o del modo più efficace e veloce di distrarre le popolazioni dei paesi più ricchi dalle reali cause del loro legittimo malcontento, anche a costo di imbestialirle e terrorizzarle.

E questo è un rodato esercizio di potere.

Esiste un diritto, nella Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948, a lasciare qualunque paese, incluso il proprio. A questo diritto di emigrazione non corrisponde però un diritto di immigrazione in un altro stato, ché troppo avrebbe messo a repentaglio la sovranità nazionale che si fonda sul controllo dei confini, specialmente in tempi di crisi come questi, quando ogni altra funzione della politica istituzionale non ha più alcuna credibilità, quando la rinuncia alla felicità o anche solo all’aspirazione a una felicità possibile è il presupposto di ogni comune sentire. Sfiducia, disillusione, povertà materiale e delle relazioni, povertà educativa e culturale: su questo sostrato, ciclicamente, attecchiscono la cattiveria e la paura, atavici sentimenti dell’essere umano che le comunità “incivilite” hanno di volta in volta tenuto a bada ed edulcorato, oppure riorientato verso nemici interni o esterni e rinfocolato, esattamente come sta accadendo ora.

Ma a che prezzo? E non parlo solo del prezzo del sacrificio dei “diritti degli altri”, ma di quello che stiamo già pagando come conseguenza di precise scelte etiche e morali. A cosa porterà la rinnovata legittimazione del disprezzo della vita in nome della difesa di presunte identità culturali e nazionali? Quali possono essere le ricadute sociali di questa anno zero che ritorna, di questa lapide posta su un’età dei diritti che sta già morendo prima di essere stata sperimentata sul serio? Di questa rimozione collettiva e spensierata del monito di secoli di orrore, dal colonialismo al nazismo, rispetto a quel baratro sempre in agguato?

E quale spauracchio più idiota, specie in questa epoca storica, quanto quello dell’identità culturale da difendere? È legittimo chiedersi, banalmente, in che cosa la mia identità culturale, qualora fossi costretta a usare questa espressione, sarebbe omogenea a quella di Matteo Salvini, Di Beppe Grillo, Di Marco Minniti, di Daniela Santanché, o di quella banda di mercenari neonazisti, tanto ridicoli e pericolosi, che su una nave battente bandiera dello stato di Gibuti si aggira in questi giorni in mezzo al Mediterraneo per impedire che altre vite umane vengano salvate? Quale cultura comune esisterebbe tra loro e me?

È con Noaman che io condivido le mie lotte per i beni comuni, è con Fatoumata che parlo del mio essere madre e donna in una società globale diversamente maschilista, è con Serigne che mi confronto sulla sua omossessualità e su quanto violenta sia ogni forma di discriminazione, sono Numu, Lamin e Sheriff che amo parlino coi miei bambini raccontando loro cosa significhi essere cresciuti desiderando di vivere in un paese finalmente libero dalla dittatura e dall’oppressione.

Ecco l’ultimo dei paradossi: molte delle persone costrette ad attraversare il mare per cercare di sopravvivere o di vivere dignitosamente, sembrano credere molto più nei valori della pace, della democrazia, dell’eguaglianza e dei diritti, e persino della globalizzazione, di quanto non lo facciano le istituzioni che quei valori hanno inventato e posto, anche con la guerra, a fondamento del mondo, e che oggi sembrano pronte a disfarsene con una scrollata di spalle. Le migrazioni, con la loro disarmata pretesa di giustizia e partecipazione, tolgono il velo ad ogni ipocrisia che ha ammantato le magnifiche sorti e progressive di un’umanità votata alle tenebre.

Alessandra Sciurba