Antica sinistra e nuove forme di impresa: una proposta programmatica.

Cari progressisti e care progressiste,

Raccogliendo la call for ideas (scusate l'inglesismo) che il Responsabile Economia e Lavoro, Stefano Fassina, ha lanciato durante il Festival dell'Eguaglianza di Reggio Emilia, propongo il primo di una serie di spunti sui quali mi piacerebbe confrontarmi con voi. Lo faccio perché credo fortemente nella necessità di aprire un dibattito sulle proposte concrete che una sinistra moderna, ma fedele ai suoi cardini ideologici, vuole portare nel dibattito pubblico.

Voglio partire da un tema antico, ma non vecchio. Un tema di "sinistra sinistra" che oggi io credo debba tornare attualissimo, in quanto capace di essere una parte importante della risposta che dobbiamo dare ai problemi del nostro tempo. Mi riferisco al tema delle forme di impresa a proprietà parzialmente distribuita e ne parlo non da poeta neo-bolscevico, ma da umile amministratore dell'azienda della mia famiglia e umile laureato in economia alla Cattolica di Milano (sì, fortunatamente ho scelto quella giusta tra le due milanesi).

La mia proposta è quella di dare la possibilità alle piccole e medie imprese del nostro Paese di adottare assetti societari in cui formalmente il capitale sociale rimane in mano ai proprietari, ai datori di lavoro, ma, nella sostanza, vengono attribuiti agli operai e agli impiegati i diritti che spettano ad una porzione di capitale di almeno il 25%, ovvero:

1) attribuzione del 25% degli utili di impresa;

2) attribuzione del 25% dei diritti di voto (attraverso un adeguato sistema di rappresentanza nel quale potrebbe trovare un nuovo ruolo anche il sindacato).

La partecipazione alla ripartizione degli utili stimola l'aumento della produttività e una più equa distribuzione della quota di reddito da capitale, ovvero dei profitti dell'azienda. In tal modo si promuove automaticamente una crescita delle retribuzioni da lavoro sincronizzata alla crescita della produttività, riattivando un meccanismo che si è rotto da decenni. Si va così a combattere uno dei principali problemi che attanagliano il nostro sistema produttivo, ovvero proprio la scarsa crescita della capacità di creare sempre più valore aggiunto per unità produttiva. Dal 1997, 10 anni prima dello scoppio della crisi, la nostra produttività ristagna, quindi non possiamo dire che è solo un problema di mancanza di domanda, dobbiamo riuscire a migliorare anche l'offerta, ma senza ricorrere più al dumping sociale a cui abbiamo assistito negli ultimi 10 anni, cioè alla svalutazione del costo del lavoro, che a me piace chiamare, meno orwellisticamente, freno alla crescita dei salari. Se ristagna la produttività e ristagna la domanda è impossibile spingere con forza sulla crescita dei salari, soprattutto in presenza di un sistema monetario che ci vincola necessariamente al confronto, in termini di competitività, con gli altri stati membri.

Dall'altro lato, la partecipazione alle scelte e all'organizzazione del lavoro va a dare dignità al lavoratore, conferendogli una maggiore possibilità di formare la sua identità non solo quale mero consumatore, ma anche come risorsa creativa nel processo produttivo. Senza "creatività dal basso" non può esserci piena realizzazione, a livello personale, dei lavoratori. Ma non può esserci neanche pieno sfruttamento del capitale umano al fine di creare innovazione di processo e di prodotto. È per questo che occorre promuovere forme organizzative che favoriscano l'instaurarsi di una cultura dello scambio e dell'ascolto, meno gerarchiche, più orizzontali e più eque nella redistribuzione della ricchezza creata, in modo da evitare il conflitto capitale-lavoro e favorire una piena collaborazione, una forte unità di intenti tra il personale e la proprietà aziendale, che nelle PMI coincide col management.

Per spingere all'adozione di un tale modello di impresa dobbiamo prevedere un sistema capace di essere adottato con semplicità, senza ristrutturazioni della forma giuridica dell'azienda, ma piuttosto attraverso una semplice opzione fiscale. Ad esempio può essere concesso un credito di imposta pari al 25% dei costi del personale, a fronte: 

1) della costituzione dell'organismo di rappresentanza degli operai e dell'attribuzione ad essi del 25% dell'utile;

2) dell'impegno a reinvestire almeno il 25% dell'utile nell'impresa;

3) dell'istituzione del tetto massimo del 250% al rapporto tra gli utili distribuiti ai detentori del capitale sociale e il reddito da lavoro medio dei dipendenti. Ad esempio se il salario medio annuo è di 20000 euro, i soci amministratori non possono distribuirsi più di 45000 euro a testa.

Un saluto,

Edoardo