La narrazione di Cofferati e il cancro della sinistra: la lotta per la stabilità dei prezzi

Cari progressisti e care progressiste,

Sono convinto del fatto che un partito che abbia come nome "Sinistra Italiana" debba avere due requisiti minimi:

1) essere di sinistra ;

2) promuovere l'interesse nazionale.

A questi è impossibile non aggiungere altri due tratti: una assoluta integrità morale e un forte senso critico.

Integrità morale e senso critico sono due concetti che penso non necessitino di definizioni, mentre sul "essere di sinistra" e sul "promuovere l'interesse nazionale" due righe credo sia necessario scriverle, per evitare fraintendimenti. In modo molto brutale mi limito a definire di sinistra chi lotta al fine di raggiungere il livello minimo di disoccupazione e al fine di redistribuire la ricchezza creata dal sistema economico, in modo equo, tra capitale e lavoro. In modo altrettanto brutale definisco l'interesse nazionale come il bene comune di un popolo che abita all'interno dei confini di uno Stato e che si caratterizza per le proprie specificità storiche, etniche, culturali, economiche e politiche.

Con queste rudimentali categorie vorrei analizzare la narrazione che Sergio Cofferati ha compiuto, durante il Festival dell'Eguaglianza di Reggio Emilia, rispetto alla politica economica italiana degli ultimi 30 anni. Sul web non trovo il filmato fatto dagli organizzatori, ma mi sembra di ricordare frasi di questo tipo (che ho constatato essere un refrain nelle analisi che Cofferati compie nei suoi interventi pubblici):

1) nell'estate del 1992 in Italia c'era un inflazione a due cifre e la prima cifra era un 2;

2) l'accordo siglato tra imprese e sindacati nel 1992, seppur durissimo per la parte più debole del paese, fu un successo perché ci evito di finire nel baratro;

3) i sacrifici del 1992 non furono sufficienti e nel 1993 dovemmo uscire dallo SME e svalutare del 30% la lira e quindi gli italiani stavano male, perché se la lira si svalutava gli italiani stavano male;

4) nel 1994 cominciò un ciclo virtuoso dell'economia, calò il debito, si attuarono politiche redistributive, l'inflazione passò dal oltre il 20% al 5% in un anno e mezzo e tutto ciò ha consentito all'Italia di entrare nell'euro ed evitare crisi come quelle del 1992, perché l'Euro è una moneta stabile, non soggetta ad attacchi speculativi, come invece era era la Lira;

5) se l'economia è cresciuta fino al 2008 lo dobbiamo all'Euro, altrimenti avremmo pagato il prezzo di danni inenarrabili e se tornassimo alla liretta i mercati ci mangerebbero in una settimana.

Facciamo chiarezza:

1) l'inflazione nell'estate del 1992 si attestava tra il 5,4% di giugno e il 4,8% di settembre, valore intorno al quale oscillò per tutto il 1993;

2) la vera ragione della crisi del 1992 e della successiva firma dell'accordo imprese-sindacati promosso da Amato, fu l'ingresso dell'Italia in un regime di tassi di cambio fissi (SME credibile). Tale situazione portò inevitabilmente a crescenti squilibri sul saldo delle partite correnti, in quanto bloccò il meccanismo di riequilibrio automatico dei prezzi relativi delle valute, sopravvalutando la Lira rispetto ai fondamentali macroeconomici del Paese e questo, di conseguenza, ostacolava le esportazioni di beni e servizi e favoriva le importazioni.

3) a causa dello SME, per tutti gli anni '80, l'unico modo per riequilibrare il saldo delle partite correnti è stato quello di innalzare i tassi di interesse in modo da importare capitali dall'estero. Ma questo trend non era sostenibile nel lungo periodo in quanto tra il 1981 e il 1992 si era verificato un aumento di 45 punti percentuali del rapporto debito/PIL, a causa del divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro del 1981. Per inciso, la causa dell'aumento del debito non fu dunque la corruzione sistemica e al relativo clientelismo, infatti la spesa pubblica italiana rimase sempre più bassa della media europea in quegli anni. 

4) Tassi di interesse in aumento, stock di debito pubblico espanso di quasi il 600% e inflazione in calo, favorirono in maniera crescente, per tutti gli anni '80, quelli che Keynes definiva rantiers, cioè chi vive di rendita grazie ad investimenti in titoli a reddito fisso...notoriamente non le classi subalterne. Peraltro, la narrazione di quelli che dicono che paghiamo alti tassi di interesse sul debito a causa del fatto che è troppo alto, sono clamorosamente smentiti da questa ricostruzione e dall'evidenza empirica odierna che ci dice che l'entità del debito pubblico non determina necessariamente l'ammontare degli interessi pagati sullo stesso;

5) l'Italia entrò nello SME per combattere l'inflazione, che si pensava fosse causata principalmente dalla possibilità di stampare e di svalutare la moneta, da parte dello Stato. Tuttavia ad oggi l'evidenza empirica ci dice che una svalutazione non comporta necessariamente un aumento dell'inflazione e che i prezzi non sono necessariamente determinati dalla quantità di moneta all'interno del sistema economico. Mentre, dai tempi di Philips, è nota la relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione, al diminuire del primo aumenta il secondo, banalmente perché se cresce la somma dei redditi da lavoro nel sistema economico allora cresceranno i consumi, la domanda, i prezzi;

6) l'accordo dell'estate del 1992 fu firmato nel tentativo di riattivare la competitività del Paese pur rimanendo in un regime di tassi di cambio fissi: ciò era possibile solo attraverso il blocco alla crescita dei salari, in modo da deflazionare i prezzi dei beni e servizi italiani e stimolare, in tal modo, la crescita delle esportazioni;

7) in presenza di un sindacato che fa il suo lavoro, ovvero che si batte perché la crescita dei salari avvenga di pari passo alla crescita della produttività, l'inflazione aiuta i ceti più deboli (i quali sono costretti ad indebitarsi per finanziare i propri consumi a causa del loro basso livello di redditi), favorisce investimenti produttivi, creazione di nuovi posti di lavoro e, in definitiva, una maggiore redistribuzione della ricchezza creata dal sistema economica a favore del reddito da lavoro. La deflazione tende al contrario a redistribuire ricchezza a favore di chi riesce a produrre risparmio che decide di utilizzare per investimenti in impieghi a reddito fisso (obbligazioni, titoli di stato, immobiliare, ecc).

8) l'accordo del 1992 non può essere considerato un successo né per la sinistra, né per chi lo ha promosso nel tentativo di rimanere nello SME credibile, infatti l'attacco speculativo alla Lira del settembre 1992 costrinse l'Italia ad uscire dallo SME, rendendo vano sia l'accordo firmato due mesi prima, sia l'avvio della stagione delle "privatizzazioni senza liberalizzazioni", sia la vendita di 48 miliardi di dollari di riserve valutarie di Banca d'Italia, compiuta nell'ostinato tentativo di difendere il cambio in modo da non uscire dal regime dei tassi di cambio fissi;

9) la svalutazione della Lira in seguito all'uscita dallo SME fu del 20% in termini relativi. In ogni caso la svalutazione monetaria non è quasi mai negativa per un Paese, in quanto stimola la crescita delle esportazioni, senza tuttavia comportare un aumento dei prezzi delle materie prime nella stessa misura della svalutazione monetaria, per il semplice fatto che non tutte le materie prime sono importate. Infatti il circolo virtuoso dell'economia iniziò proprio perché l'Italia uscì dal regime dei tassi di cambio fissi e conseguentemente svalutò, per forza di cose, la Lira. I fondamentali macroeconomici dell'Italia hanno iniziato una nuova fase di peggioramento nel momento in cui la Lira è rientrata nello SME, nel 1996, in vista della successiva adozione della moneta unica, che ha riproposto i problemi legati all'aggancio di economie diverse ad una valuta comune.

Questo quadro mi porta ad avere una certezza ed un dubbio.

La mia certezza è che la narrazione di Cofferati è quella tipicamente neoliberista, di destra, regressiva. Essa non può ritenersi politicamente accettabile, all'interno di un partito che ha per nome Sinistra Italiana, in quanto appare in aperto contrasto con i suoi due requisiti fondamentali: promuovere politiche di sinistra; promuovere politiche che vadano nell'interesse nazionale. Quella di Cofferati è infatti un'interpretazione che vede nella lotta alla crescita dei prezzi un obiettivo primario della politica economica del Paese, dimenticando che il ruolo della sinistra è quello di difendere il lavoro, non i prezzi, nonché ignorando che l'inflazione è tendenzialmente positiva per le classi subalterne e che investono in attività produttive (operai e imprenditori), come già ho avuto modo di descrivere, mentre la deflazione è tendenzialmente positiva per le classi agiate e che investono in rendite fisse. Inoltre quella di Cofferati è un'interpretazione che avalla l'adozione di politiche che vanno contro l'interesse nazionale, in quanto un tasso di cambio fisso (o addirittura una moneta comune), garantisce la stabilità dei prezzi, ma indebolisce il nostro tessuto industriale e la nostra economia, a causa delle specificità del nostro sistema paese, mentre rafforza il sistema industriale e le economie di paesi che hanno caratteristiche diverse.

Il mio dubbio, dato che la narrazione di Cofferati è assolutamente in contrasto con la dottrina economica e con i dati numerici riscontrabili in qualsiasi banca dati nazionale e internazionale è la seguente: Cofferati manca di senso critico o di integrità morale? 

Un saluto,

Edoardo