La strage di Mogadiscio. La vita degli altri


Una strage terribile a Mogadiscio, capitale della Somalia, ex colonia italiana, terra al centro di endemiche lotte interne che durano da decenni, e di strategie di controllo in cui si incontrano e scontrano le potenze regionali e i gli interessi occidentali. L’Arabia Saudita e i suoi alleati e protettori – Usa in primis - contro l’Iran e chi sta dalla sua parte come Putin. Le notizie ci arrivano in diretta, le immagini anche. Nel mondo globale le distanze fisiche sono sempre più ridotte, i passaggi mediatici da una vicenda all'altra sempre più rapidi, come in un villaggio a misura di mondo. Le catastrofi di ogni tipo sono poi un pane quotidiano ma si affastellano e confondono. Sempre meno sembrano riguardare la vita delle persone.

L’ethos empatico scatta ormai raramente e la lontananza sentimentale si consolida e mette radici strutturali nell'anima del mondo, nel cuore di questo Occidente che della solidarietà e delle dichiarazioni universali dei diritti umani aveva fatto la tavola del suo riscatt,o dopo il mattatoio della seconda guerra mondiale . Non scatta nulla. A meno però, ovviamente, che non si tratti del cortile di casa, a meno che non riguardi quelli abbastanza come noi. Allora ancora tutti si sentono come loro. E una vittima col nostro colore di pelle ne vale come mille e forse anche di più. Tutto questo avviene per assuefazione all'ipertrofia mediatica – è un problema, non c’è dubbio - ma perché soprattutto si moltiplica e assume sempre più netti i colori della contrapposizione identitaria, della stretta appartenenza a questo e non a quello, il rapporto tra le differenze, le origini, le storie, le culture, la religione. Che sono la ricchezza del mondo da sempre e sempre invece provocano lontananza, indifferenza, disagio. E anche odio.

La cultura del noi e loro ha fatto strada, ha costruito egemonia, ha i suoi leader accolti a destra e manca, sdoganando le peggiori parole e suggestioni della nostra storia. L’Europa ne è piena. Il resto lo fanno la crisi economico-sociale, la politica ispirata, in quella che una volta era la sinistra, a “ciò che pensa la gente” e alla ricerca del facile consenso. E l’adeguamento intellettuale dei chierici fa il resto.Il pensiero non conforme. scomodo, urticante, che lo sguardo al futuro, è ormai merce rara, quasi introvabile. Anche di fronte a vicende di morte e distruzione, in una terra che per tanti motivi, oltre alla immediata dimensione umana, ci dovrebbe chiamare in causa.

Due camion imbottiti di materiale esplosivo hanno fatto strage in un quartiere centrale di Mogadiscio, dove ha sede il Ministero degli Esteri somalo e sono ospitati alberghi, uffici governativi e varie sedi di ambasciate, tra cui quella del Qatar, anch’essa gravemente danneggiata. Una strage di marca Jhadista, che conferma che questo tipo di stragismo ha come obiettivo principale i musulmani stessi, è un crudele strumento di guerra e di potere tra opposte fazioni, che fa della religione un micidiale strumento politico-ideologico. Così a Mogadiscio l’ennesimo caso, terribile e straziante, di forte intenzionalità e impatto politico, in una zona piena di vita, di piccolo e intenso commercio ambulante, tra un via vai di donne, creature, ragazzi e ragazze che andavano a scuola. Gente inerme, insomma, come sono sempre ovunque le stragi di questo tipo. Ma a questa volta Mogadiscio ll numero di morti è stato altissimo, particolarmente alto e crudele anche rispetto ad altre stragi che hanno martoriato quel Paese. Gli effetti devastanti, sulle perone e sugli edifici mentre i mezzi di aiuto ai sopravvissuti, ci informano le cronache da là, sono al di sotto delle minime necessità. Oltre trecento i morti, centinaia i feriti, molti in condizioni disperate, ricoverati in ospedali dove sono insufficienti medici, infermieri, strumentazioni chirurgiche e scarseggiano i medicinali necessari e soprattutto manca il sangue. I corpi sono in gran parte ridotti a brandelli, smembrati, irriconoscibili e destinati probabilmente a non avere più un nome e un seppellimento personale. Solo 111 sono stati riconosciuti da qualche familiare.

Nei media italiani la strage di Mogadiscio è passata velocemente come una fredda notizia di cronaca a margine, di minore importanza, rispetto all’infinito blablare politichese che ci affligge, senza nessun tentativo di capirci qualcosa né alcuna commozione per la morte di tante persone, a parte le frasi di rito del ministro degli Esteri Angelino Alfano e il cordoglio espresso dal Presidente Mattarella.

In quelle zone si continuano a combatter guerre infinite, attivate e mantenute in caldo - in attesa di questa o quella occasione o opportunità - dal gioco perverso di manovre e interessi occidentali e forti ambizioni dei potentati locali. Il governo di Mogadiscio ha accusato il movimento degli al Shabaab, affiliati di al Qaeda, di aver commesso l’attentato, ma al Shabaab nega ogni responsabilità. Il che nulla toglie alle caratteristiche di fondo dell’attentato. Stando al contesto dei rapporti tra la Somalia e l’Arabia Saudita e ai problemi che all’ interno della Somalia intercorrono tra il governo federale, che appoggia il Qatar nello scontro con l’Arabia Saudita, e i governi regionali del Paese che parteggiano invece per l’Arabia saudita, quel che appare certo è che l’attentato mira a indebolire ulteriormente il governo federale, dimostrando che il Presidente Mohamed Abdullah non è in grado di garantire quella sicurezza su cui si era impegnato nella sua campagna elettorale. Lo scontro interno alla Somalia rimanda al durissimo scontro dell’intera area, perché il Qatar oltre che nemico dell’Arabia Saudita e degli Emirati arabi è alleato dell’Iran e il presidente somalo stringe accordi con la Turchia di Erdogan, alleata di Doha, capitale del Qatar. Insomma un gioco infernale, in cui la vita degli altri non vale nulla: sul campo e nel rapporto col mondo. Pedine per i soggetti protagonisti delle strategie e delle concrete tattiche, un niente nell'attenzione dei Paesi che contano.

Una sinistra della contemporaneità, che vorrà essere davvero all'altezza delle sfide del mondo globale, dovrà occuparsi invece seriamente su tutti i piani - dell’analisi e della pratica - del contrasto stridente, che sempre più si manifesta, nei modi di trattare i morti per terrorismo di stampo religioso, che cadono qua e i morti per terrorismo dello stesso tipo che cadono là. Non è ammissibile che la vita degli altri valga sempre meno. Le cose peggiori che sono avvenute e che possono ancora avvenire dipendono in massima parte da questo.