Nel dibattito sulla costruzione di una nuova sinistra, che sia sociale e dia uno sguardo costante ai territori e alle varie realtà che li popolano, un'attenzione speciale va riservata alle università.

Ciascuna delle università italiane è popolata da decine di migliaia di studenti di varia estrazione sociale, di età differenti e di diverse appartenenze politiche all'interno della stessa sinistra: è quindi il luogo ideale per dar vita a un soggetto in grado di includere realmente quella maggioranza invisibile che ancora non si sente rappresentata, facendosi portatore di determinate istanze. Ma chi fa parte di questa maggioranza invisibile? Tutti quegli studenti e quelle studentesse, ricercatori e ricercatrici, che continuano ad essere, e forse qualcuno lo dimentica, cittadini e cittadine, i quali si sentono abbandonati da un sistema che non li tutela, nonostante paghino tasse tra le più alte in Europa. Ma non solo, di questa maggioranza invisibile fanno parte anche tutti coloro che all'università non riescono ad iscriversi a causa delle insufficienti capacità economiche o del contesto sociale di provenienza che, di fatto, impedisce loro di proseguire gli studi, in particolare nel Sud Italia dando vita ad una vera e propria questione meridionale.

Risulta evidente che ci troviamo di fronte ad un Paese che tutto sta facendo tranne che avanzare verso l’equità sociale. Una quota sempre maggiore della popolazione, soprattutto nelle periferie delle grandi aree metropolitane e nelle regioni del Sud del Paese, è relegata ai margini della società e non riesce a godere di un’effettiva uguaglianza sostanziale.

Le università pubbliche italiane rappresentano quel microcosmo in cui si ripresentano le problematiche che caratterizzano allo stesso modo l'Italia in quanto macrocosmo: sono investite da continui tagli che vanno a colpire quasi esclusivamente i soggetti più deboli e senza tutele, come le categorie di studenti e ricercatori. I governi cambiano ma i tagli, mascherati da riforme e razionalizzazioni, restano. L'Italia è, infatti, il Paese che ha la tassazione universitaria tra le più alte d'Europa(è al terzo posto per importo medio delle tasse universitarie, dopo Inghilterra e Paesi Bassi), a fronte dei minori investimenti in un sistema come quello del Diritto allo Studio Universitario, finanziato quasi esclusivamente dalla contribuzione studentesca(nel 2014, l’Italia ha investito 490 milioni di euro per le borse di studio, di cui ben 225 milioni provenienti dalle tasse degli studenti).

All'interno di questo contesto, soprattutto per un nuovo soggetto politico che miri a rappresentare queste categorie troppo spesso lasciate senza voce, bisogna ripensare al ruolo stesso che spetta all'università: deve essere il luogo di formazione e trasmissione di un sapere critico oppure deve seguire la logica portata avanti dai vari governi, che siano stati di destra o di "sinistra" non fa alcuna differenza, dell'università come un mero ufficio di collocamento? Perché se non ci si vuole arrendere all'idea della cultura come merce bisogna portare avanti una seria battaglia per un'università più inclusiva, in cui far tornare quei 65 mila iscritti persi in soli dieci anni. Un'università in grado di garantire borse di studio al pari degli altri paesi europei( in Germania e in Francia i beneficiari di borse di studio sono rispettivamente il 25% e il 34%, mentre in Italia ci fermiamo all' 8%), riprendendo tra le mani gli articoli 33 e 34 della Costituzione al fine di esigere che quest'ultima venga rispettata ed attuata.

L'Italia è l'unico Paese in cui esiste la figura degli "idonei non beneficiari" di borse di studio; in cui il diritto degli studenti a studiare ciò che più gli piace viene continuamente attaccato da un sistema iniquo come quello del numero chiuso, pieno di contraddizioni e di falle: infatti, se si è una persona non particolarmente abbiente e non si supera il test d'ingresso(che non valuta affatto le reali capacità dello studente) almeno per un anno non si può accedere al corso di studi tanto desiderato; se, al contrario, si dispone di abbastanza soldi si può accedere ad uno dei tanti corsi di medicina(riconosciuti e aventi valore legale) di università straniere sul suolo italiano, bypassando così il test e mandando a quel paese tutti i discorsi sul merito per tornare ad un'università accessibile su base censitaria e altamente discriminatoria.

Si torna così al discorso su che tipo di università si abbia in mente, un'università pubblica e autonoma, perché non soggetta alle logiche di mercato, o un'università costruita su un modello aziendale.

Le battaglie contro il numero chiuso(che come UDU stiamo vincendo in tutta Italia, facendo ammettere senza riserva ai corsi di medicina più di 9000 studenti inizialmente esclusi dal test), le battaglie contro la Valutazione della Qualità della Ricerca(VQR) che stiamo portando avanti insieme ai ricercatori e ai professori delle nostre università e le battaglie e le contestazioni portate avanti in tutte le sedi opportune affinché il Governo decida di uniformarsi alla media europea degli investimenti devono essere lette in un'ottica più ampia, perché è da queste battaglie e dai soggetti che le portano avanti nei singoli atenei che, a mio parere, dipende il futuro di questo Paese e della Sinistra in Italia.

Chiediamo un Paese più uguale in cui tutti siano liberi di studiare e nel quale è necessario che avvenga una consistente inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni in cui alle università sono stati sottratti miliardi di euro, con l’intento preciso di svuotare i luoghi d’istruzione della capacità di essere ascensore sociale e luogo d’incontro e promozione della cultura.

temo che il problema non sia soltanto italiano ma più generale - il che come al solito rimanda al problema di che cosa sia da cambiare: l'università o il nostro intero sistema economico e politico? 

il capitalismo di mercato ci sta portando, davvero, ad una mercificazione dell'istruzione che tuttavia in Italia è ancora blanda se paragonata a quella di altri Paesi europei. 

penso al Regno Unito - dove ho studiato per molti anni e dove tutt'ora studio: tasse spropositate, nessuna borsa di studio (solo prestiti dalle banche), forti divisioni sociali riguardo a chi può o meno permettersi di andare all'università. questo ha delle ricadute fortissime sull'insegnamento stesso: che succede quando gli studenti diventano consumatori e come tali rivendicano i propri "diritti" (prima di tutto a conseguire un titolo sempre e comunque)?

è vero che in quel Paese gli investimenti per la ricerca sono molto più alti. ma sono stati anche lì "razionalizzati". e se il livello di ricerca iper-specializzata rimane alto, non altrettanto si può dire di quello "popolare" (scuole, lauree triennali e specialistiche).

dal mio punto di vista, quello è il modello verso cui sempre di più l'Europa tende (il Regno Unito è sempre stato all'avanguardia nell'avanzata del capitale!) in modo troppo acritico. e questa tendenza è legata ad una tendenza economico-sociale molto più profonda (neoliberismo, capitale globale, austerity, impoverimento delle masse a favore del grande capitale...)

se non si cambiano i presupposti politico-economici profondi sarà difficile assistere in Italia ad una controtendenza


Credo che fino a quando non si affronti seriamente il tema del "A COSA SERVE LA CULTURA" non si potrà fare un discorso serio in merito al ruolo dell'univeristà.


Fino a quando cioè si pensa alla cultura (e quindi all'istruzione) in modo utilitaristico...perchè sviluppa economia e produce lavoro.... non ci libereremo di un modo di pensare l'università che imperversa da oramai troppi anni.


Certo in passato elevare il livello culturale è stato utile per migliorare il livello materiale (inteso in senso economico-mercantile) della nostra società, ma oggi questo meccanismo si è rotto. Ed infatti alla cultura viene contestato (come recentemente ha ricordato Tremonti) di "non essere utile come companantico".


Pensate semplicemente alla forma più evoluta di lettura dello stato di benessere nel nostro paese: il BES (che finalmente stà soppiantando il PIL come indicatore dello stato sociale). Ebbene nel BES la cultura si misura non più in soldi erogati per progetti culturali (come lo era con le statistiche legate al PIL) ma con i soldi spesi dai cittadini per "comprare" cultura (cioè nell'ammontare dei biglietti per teatro, cinema, concerti , ecc...).

Un buon passo avanti, certo.

MA QUANDO ARRIVEREMO A MISURARE IL PROGRESSO CULTURALE IN ORE PASSATE AD IMPARARE A SUONARE UNO STRUMENTO O A DIPINGERE PER HOBBY O A SCRIVERE E RECITARE POESIE?