Le elezioni

Le elezioni, strumento cardine di quel sistema che abbiamo conosciuto come democrazia liberale e che si è storicamente determinato nel corso del secolo breve, avvengono oggi in un’altra epoca, quella post democratica. Un’epoca caratterizzata da una tendenza precisa: più potere agli esecutivi, espressioni di minoranze, più decisionismo, meno partecipazione popolare. “Rappresentare” linearmente qualcosa o qualcuno dentro sistemi parlamentari svuotati in gran parte di ruolo e funzioni, è un discorso per me incomprensibile. Vivere invece le elezioni come terreno di crisi di un sistema, che si dibatte tra necessità del consenso per ribadire le sue fonti di legittimazione e urgenza della svolta per dare compiutezza alla centralità dei governi e della politica come amministrazione dell’esistente, mi appare più sensato.

Entrare dunque nella crisi di sistema significa riconoscere le crepe determinate dalle sue contraddizioni e tentare di infilarsi lì dentro, perlopiù in un campo avverso e ostile a chi si batte contro l’oppressione dei pochi sui molti, per allargare il più possibile quelle crepe, per impedire che le contraddizioni vengano utilizzate, come accade, per accelerare il processo verso la post-democrazia. La narrazione dominante ha in questi anni fatto leva, e con successo, sulla crisi per proporre un’uscita autoritaria da essa, non solo per quel che concerne l’economia attraverso l’imposizione di politiche di austerity, ma anche ristrutturando in senso restrittivo i sistemi istituzionali e costituzionali, basti pensare allo scempio fatto del diritto di asilo in tema di migranti, che sancisce definitivamente per gli Stati europei la fine dell’epoca dei diritti umani. Per quanto mi riguarda non vi è altro senso del partecipare alle elezioni che questo. Non promettendo di rappresentare questo o quello, ma volendo fare la propria parte in una battaglia campale che ha nelle dinamiche istituzionali di questo paese uno e solo uno dei fronti della lotta contro l’oppressione. Con oppressione intendo tutto ciò che vuole far fuori la democrazia, questa volta non quella storicamente determinata, ma quella materiale, fatta di diritti e opportunità anche per i più deboli, di lotta alla povertà strutturale, di conflitto contro il capitalismo “estrattivo” che appunto ci trascina verso moderne forme di autoritarismo.

Il sistema elettorale, l’opinione pubblica, le anomalie

Se un ragionamento preliminare sulla natura stessa delle elezioni nella nostra epoca mi sembra ineludibile, tanto per chiarire con che tipo di approccio uno va a votare, altre due premesse mi sembrano importanti: il sistema elettorale e la conformazione dell’opinione pubblica. Questo sistema elettorale impone uno sbarramento per l’entrata in parlamento, ed è sostanzialmente studiato per eliminare le diverse “anomalie” che potrebbero costituire un problema non per la stabilità di un qualsiasi governo, ma per la tenuta della tendenza post-democratica in atto. Il famoso discorso del “pilota automatico” di Draghi per capirci. Un sistema elettorale pensato in origine per produrre governi di larghe intese tra Berlusconi e Renzi in funzione anti 5stelle, e per limitare al massimo l’affermazione di una “sinistra” fuori dal Partito Democratico. Con un sistema simile, antidemocratico per definizione ancorché imposto a colpi di fiducia e disegnato per favorire una precisa ipotesi politica, è chiaro che per le anomalie minori, e cioè la sinistra, altro non c’era da fare che cercare di mettere insieme anime diverse, a partire da alcuni punti condivisi e fondamentali di netta discontinuità. Quella che Renzi e Berlusconi vedono come la minaccia maggiore, il partito di Grillo, occupa già uno spazio politico ed è riuscito a far passare l’idea di essere “alternativo”. Ma la saturazione di questo spazio non consente oggi a una formazione di alternativa da sinistra di poter contare su una propria autosufficienza di partenza. Il secondo fattore importante è un’opinione pubblica per la quasi totalità egemonizzata, anzi prodotta sul discorso dell’”estremismo di centro” o della destra. Questo è l’altro grande tema: l’egemonia sociale e culturale, che gli avversari nostri e della democrazia materiale, hanno sulla società italiana, e anche europea. Se sommiamo le consistenti percentuali previste tra la coalizione dell’estremismo di centro del PD e quella della destra berlusconiana, otteniamo circa il 60%. C’è l’anomalia del qualunquismo digitale dei 5stelle, ma che su alcuni punti si rivela nient’affatto anomala rispetto alle tendenze sistemiche in atto: basti pensare alle posizioni su migranti e diritti umani, sui diritti del lavoro, sul welfare, sullo strapotere della finanza, su razzismo e fascismo. Il quadro complessivo che emerge dunque - ed è quello sul quale bisogna esercitare l’azione culturale e politica - è di una dimensione sociale drasticamente orientata a destra, e quindi conquistata dal discorso di inasprimento delle attuali condizioni dei più deboli, o portata ad appoggiare tutt’al più una proposta politica di destra e sinistra insieme, alla Macron, che costituisce l’attuale linea politica del PdR, il partito di Renzi. La battaglia, quella vera, non sarà facile, né possiamo pensare di risolvere questo gigantesco problema con quattro slogan in campagna elettorale, tanto da salvare la nostra di coscienza mandando all’ammasso l’intelligenza e la capacità di leggere la fase storica e politica che attraversiamo. Dobbiamo combattere su questo campo, non su altri.

Perché Liberi e Uguali

Se si vuole fare la propria parte, contribuendo a un processo di cambiamento che sarà necessariamente policentrico, attraverso un partito che si misuri con la politica istituzionale, bisogna diventare uno strumento utile nel mettere in campo una proposta contro-egemonica, sapendo che, per ora, il popolo ce lo abbiamo contro. Potremmo stare anni a discutere perché siamo giunti fino a qui, e di chi sono le colpe, ma non credo che ciò cambierebbe il “che fare”. Le elezioni, e la dimensione istituzionale e parlamentare, sono terreno contraddittorio. Significa che si possono agire in maniera eticamente dignitosa, ma senza mai nascondersi il fatto che è lì che si annidano non solo le soluzioni, ma anche i problemi di una società come la nostra. È bene dunque, se si va alle elezioni per entrare in Parlamento, avere come obiettivo e come responsabilità quella di contare e non solo di contarsi. Dal mio punto di vista ciò significa mantenere un approccio laico e “leninista” su cosa fare e come farlo, in funzione di una radicalità di progetto piuttosto che di buone intenzioni. Mettere al centro dell’agenda politica le diseguaglianze del nostro tempo, e riuscire a tradurre la lotta per combatterle in proposta di governo, non è uno scherzo. Per questo non mi appassiono alle proposte elettorali e istituzionali consacrate alla produzione d’ideologia o d’identità, di comunità o altre cose simili. Mi sanno tanto, da un lato, di visione sacrale della politica istituzionale, pur dicendosene più estranei di altri, dall’altro di una rinuncia a combattere davvero su quel terreno in maniera significativa. Le elezioni e il conflitto nelle istituzioni non sono le Olimpiadi, non vale de Coubertin, l’importante non è partecipare. Per questo, nonostante limiti e contraddizioni, credo nel progetto di Liberi e Uguali. In una proposta politica che prima di determinarsi, di offrirsi “sul mercato” dell’opinione pubblica, nasce da una valutazione serrata della fase storica e politica che stiamo attraversando. Che si muove a partire dalla convergenza in un’unica lista elettorale di più culture politiche e di provenienze diverse e anche distanti tra loro, ma proprio per questo interessanti nella sintesi sulla nuova e comune direzione da intraprendere. Penso, ad esempio, a coloro che sono stati tra i protagonisti del tentativo, fallimentare e anche dagli esiti disastrosi, della stagione del “liberismo di sinistra”, oggi impegnati su un programma politico radicalmente opposto. O anche a quelli che hanno sempre animato in Parlamento il ruolo di opposizione di “sinistra radicale”, nel loro nobile isolamento di ruolo e prospettiva. Se anche in Italia nasce uno spazio politico capace di interpretare le crisi di queste due sinistre, entrambe uscite sconfitte dal ciclo che va dai primi anni del nuovo millennio fino ad oggi, quella riformista socialdemocratica da un lato e quella radicale dall’altro, e di capitalizzarne lo smottamento in favore di una nuova prospettiva, perché dovrebbe essere un male? Se anche in Italia ci fosse una Linke, un Bloco de Esquerda, una Syriza, si romperebbe finalmente l’immobilismo imposto degli ultimi dieci anni. E non si può tralasciare, a proposito di esperienze europee, quella che sarà la grande battaglia sull’Europa appunto, disputata tra sovranismi di destra e “di sinistra”, e europeismi di destra e di sinistra. Se Liberi e Uguali sarà in grado di determinarsi come spazio politico istituzionale di un nuovo riformismo radicale, potrà partecipare da protagonista alla costruzione di una nuova idea di sinistra in Europa, capace di superare le tradizionali storiche famiglie progressiste di appartenenza, tutte in crisi, verso una nuova, aperta e plurale battaglia da sinistra per una Europa come campo dei diritti e della giustizia sociale. La politica, in particolar modo quella istituzionale, non può mai essere ciò che si desidera, ma un equilibrio precario tra questo e ciò che è necessario fare. Le biografie di ognuno sono importanti, e certo vanno sempre tenute in considerazione. Ma è più importante dove si dirige il progetto comune, non da dove arrivano quelli che ora lo sostengono. Se non ne fossi convinto, non avrei mai condiviso le battaglie, anche molto concrete e dure, contro i CPT con chi in precedenza li aveva votati in Parlamento, come l’allora partito di Rifondazione Comunista. Non avrei mai più incrociato i Verdi in tante e dure battaglie ambientali, dopo che dall’allora governo di centrosinistra presieduto da Amato venne la mattanza del Global forum di Napoli, prologo di quello che accadde subito dopo a Genova, nel 2001. Ma come non si potrebbe fare più nulla con nessuno, se i nostri rispettivi curriculum valessero come ergastoli. Liberi e Uguali è una sfida davvero, giocata in condizioni pessime e con il vento della storia contrario. Ma proprio difronte alle diseguaglianze sociali che aumentano, allo scempio dei diritti umani, ai fascismi e populismi che fanno a pezzi, al pari delle tecnocrazie finanziarie, l’idea stessa di Europa, pensiamo a sinistra di poter continuare con gli esami del sangue tra noi per determinare chi è il più puro? Pensiamo di poterci permettere giochini di ruolo estetici su chi ha la bandiera più rossa, mentre il mondo fuori ce lo portano via reazionari e speculatori? Il voto utile per me ha questo senso. Utile a innescare un processo ampio e credibile perché rivolto a tanti e diversi, utile a non crearci gli alibi delle piccole isole felici di quelli che sono già d’accordo su tutto e si parlano addosso. In fondo è la differenza tra Profezia ed Utopia. Nel mio intendere la politica, io rimango ancorato all’utopia, che non è un sogno consegnato al destino, e non è nemmeno la declamazione di ciò che arriva, insindacabile, dalla voce divina. L’Utopia è un progetto, è una visione maledettamente ancorata alle condizioni materiali, storiche, politiche, culturali in cui è immerso il qui e ora, e dal quale bisogna partire. Il 4 marzo vado per questo a votare. E per questo mi sono impegnato per Liberi e Uguali. Per i molti non per i pochi. Con umiltà e determinazione.

Luca Casarini