Dal “popolo” alla classe internazionale. Una riflessione per la Sinistra

“Le prossime elezioni europee saranno un referendum fra popolo ed élite. Fra precariato e lavoro”.

Ci si aspetterebbe parole di questo tipo da un protagonista della sinistra politica italiana ed europea. E invece le ha pronunciate Matteo Salvini.

Ma non c’è alcun inganno nelle parole di Salvini. O meglio, l’inganno sta forse nella definizione implicita di élite e nel conseguente posizionamento del Salvini-politico in chiave anti-élite. Per noi sono élite i manager e gli imprenditori che guadagnano in maniera sproporzionata, lo sono gli speculatori finanziari, chi vive sulla rendita del denaro che genera denaro, ovvero il sistema che il capitalismo del ventunesimo secolo predilige, perché toglie alla ricchezza e all’accumulo l’impiccio di avere degli “ostacoli” con i quali dover scendere in qualche modo a patti.

Per Salvini no, non è questa l’élite. Parrebbe pure lasciarlo intendere o prefigurare, ma è del tutto evidente dalle intenzioni del suo governo e dalle misure proposte e annunciate, che la sua definizione di élite è molto distante da quella che intendiamo noi e potrebbe attestarsi su un indefinito mondo pensante e studiante. In definitiva, la flat tax è un regalo clamoroso proprio alle élite economiche, per esempio, come lo sono i condoni mascherati da pace fiscale, ecc.

Ciò che invece mi pare più interessante e che credo interroghi fin nel profondo la Sinistra è l’utilizzo del significante “popolo”, o del suo simulacro, se vogliamo stare sulla semiologia politica.

Si tratta certamente di un espediente retorico, cercato e voluto per confondere un po’ le acque, ma è altrettanto certamente molto coerente con la visione e con l’impostazione politico-culturale di Matteo Salvini.

Basterebbe leggere l’ultima intervista del filosofo russo Alexander Dugin, maitre a penser della nuova ondata della destra europea e occidentale, che postula il superamento delle teorie politiche del ‘900 (comunismo, fascismo, liberalismo): Dugin elimina le differenze di classe sociale che hanno innervato la storia del secolo breve e punta tutto sull’omogeneità etnica e culturale del concetto di “popolo”. Non a caso Dugin ritiene centrali, per la sua “Quarta Teoria Politica”, i “valori tradizionalisti della destra”.

Ora si capisce meglio la strategia di Salvini?

La destra politica sfrutta il caos provocato da anni di globalizzazione economica e sociale, propugnata e prodotta dalla destra economica (con un importante contributo di una parte della sinistra politica) e offre una risposta non già economica, ma culturale ed etnica.

Cosa è, infatti, il simulacro del “popolo” nella lettura che ne fanno Salvini e la destra, se non questo? E per la verità lo è pure da un punto di vista sociologico e giuridico: un insieme più o meno omogeneo che si riconosce in un ordinamento giuridico, in tradizioni, usi, costumi e cultura.

Nell’Europa della nuova destra è popolo il giovane precario, sfruttato e mal pagato, come il padrone che fa carta straccia dei diritti di quel giovani; il lavoratore ligio che paga ogni centesimo di tasse e anche colui per il quale il lavoratore paga tutte le tasse; è popolo la vittima del sistema economico, tanto quanto lo è il carnefice. L’importante è che sia “culturalmente omogeneo”. Senza scomodare Algirdas Greimas e il famoso quadrato semiotico “natura – cultura”, si comprende abbastanza facilmente come sia teoricamente e praticamente di difficile definizione, in un paese per altro storicamente aperto a centinaia di influenze come il nostro, il concetto di omogeneità culturale.

Ma tant’è, a questo punto della storia siamo e con questa condizione politica, sociale, culturale ed economica dobbiamo fare i conti.

Alla destra riesce una operazione che in qualche modo era riuscita alla vecchia sinistra socialdemocratica europea, rispetto alla lettura della globalizzazione, ma in senso inverso, speculare.

La sbornia socialdemocratica della fine della storia, con la caduta del Muro di Berlino, aveva condotto le classi dirigenti di quella sinistra ad abbracciare le tesi del neoliberismo economico e ad eliminare la visione di classe delle società, per predicare gli effetti positivi che la globalizzazione e l’economia finanziaria avrebbero portato alle popolazioni dei paesi occidentali e del cosiddetto terzo mondo. Ai primi, la residuale quota di diritti civili non ancora introdotti negli ordinamenti; ai secondi lavoro, reddito e diritti.

Era la socialdemocrazia del Mc Donald’s e della Coca Cola. Dei brand che si muovevano indisturbate in un unico spazio mondiale (il mercato) e che veicolavano diritti, cultura, way of life.

Nessuna lettura di tipo economico, nessun dubbio sugli effetti drammatici che finanza e globalizzazione incontrollata avrebbero generato sulle classi sociali più deboli, sia dei paesi industrializzati (dove hanno perso reddito, lavoro e democrazia) che di quelli poveri o in via di sviluppo (dove alcuni hanno conquistato qualche dollaro, a scapito di spazi di democrazia e possibilità di sviluppo).

Quella vecchia sinistra ha fatto da apripista alle destre, introiettandone contenuti, teorie e visione.

Curioso che lo stesso strumento “culturale” lo utilizzi la destra per demolire la globalizzazione, in una operazione politica speculare a quella degli anni ‘90.

Qui sta il grande inganno. L’immigrazione come feticcio polemico contro cui rivolgere gli strali politici e la cultura patria, le radici, le tradizioni, come totem da difendere a qualunque costo.

Non conta per la destra nostrana che siano aumentate povertà e disuguaglianze, né con quale meccanismo, né a vantaggio di chi.

Non è importante, come è ovvio vista la radice culturale, analizzare le faglie vere del conflitto da cui fuoriesce magma sociale incandescente.

Non c’è alcuna traccia analitica sulle profonde divisioni fra chi ha usufruito (e continua ad usufruire) in maniera vergognosa del sistema dato e chi ha pagato le conseguenze in maniera drammatica. La globalizzazione che loro hanno voluto ha succhiato il sangue alle classi meno agiate e ha arricchito un nucleo sempre più ristretto di persone nel mondo; oggi gli stessi che globalizzavano propongono come “nemico alle porte” non il ricco, potente e sfruttatore, ma il povero cristo sfruttato, che deve rimanere fuori dalla porta di casa.

E per la verità, questo tipo di analisi nel nostro paese pare non interessare nemmeno la cosiddetta sinistra riformista, che sarebbe costretta a interrogarsi sui suoi anni al governo, sulla natura del capitalismo italiano, sul suo sistema produttivo, sui meccanismi di accumulazione e redistribuzione e anche sul cosiddetto “ceto medio”, che non è solo un elemento di categorizzazione economica. In particolare in Italia, il ceto medio per qualche decennio ha costituito l’ossatura del paese, un vero e proprio fattore di stabilizzazione sociale, che non c’è più. E forse sta proprio in questo sfaldamento del ceto medio, la chiave di lettura più efficace del tempo presente. Un tema che meriterebbe un più articolato approfondimento.

L’unico elemento proposto dalla nuova destra è, quindi, quello culturale, etnico.

Che presuppone, pertanto, la cancellazione della “questione economica” (o meglio della “questione di classe”) dall’agenda non solo della discussione politica, ma anche dell’analisi teorica di questi 30 anni di globalizzazione.

Elementi simbolici forti: il crocifisso, gli usi, i costumi, il decoro, la famiglia madre-padre-figli, la difesa dei confini (anche quelli della casa). Il tutto condito da espedienti retorici sulla difesa degli interessi dei lavoratori (argomentazioni come “esercito industriale di riserva” per avallare le pratiche razziste sull’immigrazione; qualche accenno di battaglia alla moneta unica; il richiamo al ruolo dello Stato, che è in realtà “nazione aggressiva”, piuttosto che regolatore e riequilibratore della vita sociale).

In definitiva, rischia di chiudersi un intero ciclo storico (considerando anche l’avvio del protezionismo economico di Trump negli USA) senza che vi sia stata una sufficiente analisi economica e strutturale di quanto accaduto. Anche per questa ragione credo che la sinistra riformista sia fondamentalmente inservibile, nel nostro paese, o almeno lo sarà fino a che non ridefinirà gli orizzonti culturali, analitici e politici in cui intende muoversi.

Andrebbe ricordato, a tal proposito, proprio il discorso con cui Walter Veltroni diede inizio alla stagione del Partito Democratico. Era il 2008 e già nel mondo si avvertivano sordi e terribili i tonfi di interi pezzi di sistema capitalistico che trascinava giù, come un Titanic, le vite di migliaia di persone e di lavoratori, e Veltroni si affrettava a teorizzare “la fine del conflitto”. Quando si dice vivere il proprio tempo…

E noi? Cosa ci tocca fare?

Probabilmente dovremmo iniziare a rifiutare l’idea che esista il “popolo” come categoria politica indistinta. So bene che non è una scelta semplice, soprattutto in un periodo storico in cui la categoria di “popolo” viene utilizzata con successo anche dalla sinistra europea con cui siamo in sintonia. Le esperienze di France Insoumise e di Podemos, in particolare, hanno attinto a mani basse dallo strumentario politico fornito dalle analisi di Ernesto Laclau e del suo populismo di sinistra. Ma, come sostiene lo stesso Iglesias, Laclau senza Gramsci produce disastri difficilmente riparabili nel breve e nel lungo periodo. Perché schiaccia inevitabilmente sulla dimensione nazionale, sugli aspetti fintamente culturali, sugli elementi che tendono a tenere unita e riconosciuta una comunità come il “popolo”.

Il capitalismo si è riorganizzato in questi anni in senso sovranazionale (o se volete globale) e con buona pace dei dazi di Trump, continuerà ad operare in tal senso, perché così è più semplice superare i possibili vincoli e lacci che dalle legislazioni possano derivare, o dalle Costituzioni formali dei paesi europei, per esempio, non a caso sotto attacco da qualche decennio.

Può un movimento di classe decidere di guardare solo al confine della terra in cui nasce? Pensate a quale corto circuito viviamo già oggi: una delle principali responsabilità della Germania, nell’Europa attuale, è quella dell’eccessivo export nei paesi dell’Unione, non bilanciato dalle importazioni. E’ del tutto evidente che questa scelta si scarica innanzitutto sulle classi lavoratrici e sui disoccupati dei paesi dell’area mediterranea dell’Europa, che vedono progressivamente diminuire quote di mercato, ordinativi e lavoro.

Ma incontra, di certo, il favore della classe lavoratrice tedesca, che si pone per paradosso a baluardo degli interessi dei padroni, elevati a interesse nazionale, piuttosto che confliggere con il governo tedesco contro la riforma Hartz IV che massacra i disoccupati tedeschi, o per l’allentamento della morsa economico-finanziaria sull’Europa e sulle classe sociali più deboli dei paesi europei.

Esistono le classi sociali, pertanto, ed esistono su scala europea e globale. E da lì bisognerebbe ripartire. Dalla ridefinizione di un movimento internazionale che metta in discussione i privilegi materiali, ovunque essi stiano e a qualunque prezzo, e proponga il salvataggio delle vite in naufragio delle classi sociali più deboli. Altrimenti fenomeni come il dumping sociale ed economico, già all’interno dello stesso continente, divideranno i lavoratori dei due paesi interessati.

Certo, soprattutto in occidente sono cambiati i modi, le culture di base, gli stili di vita, si è profondamente modificata la coscienza di ciascun soggetto individuale e collettivo negli ultimi anni, per cui spesso è complesso giungere alla piena consapevolezza della propria condizione e della condizione altrui. Ma i nodi delle disuguaglianze fra le persone (spesso fra generazioni), fra i paesi, fra le aree geografiche, sono ancora tutte lì e chiedono un intervento deciso.

Si tratta di un lavoro necessario, che deve urgentemente iniziare da un’analisi puntuale e spietata su cosa sia oggi il capitalismo in Italia e su cosa sarà nei prossimi 20 anni, considerando la presenza sempre più imponente nel panorama produttivo globale di un paese come la Cina, che anno dopo anno assorbe intere quote di mercato di manifattura e di industria, sottraendole anche all’Italia.

Abbiamo bisogno di una analisi su quali siano i rapporti di produzione, dove si annidino le sacche di speculazione e di eccessiva accumulazione e a scapito di chi. Abbiamo bisogno di un’analisi impietosa dello sviluppo duale del paese (divario nord sud), che è poi la riproduzione in dodicesimi dello sviluppo duale dell’Europa, individuandone fattori e cause anche da un punto di vista storico e non solo contingente. Attenzione, non già per promuovere una sorta di leghismo da sud, ma per ristabilire una connessione proprio fra i lavoratori delle diverse aree del paese e dell’Europa, con rivendicazioni univoche e proposte concrete e universali.

Serve individuare i soggetti sociali della nostra iniziativa. I due partner di governo lo hanno fatto: non è un caso che le prime due vere proposte del governo siano da un lato la reintroduzione dei voucher dal fianco Lega (che vanno incontro alle richieste delle imprese agricole) e l’eliminazione di spesometro, redditometro e degli studi di settore, dal fianco 5 stelle (che tanti fastidi hanno provocato nei commercianti). Misure neocorporative, si potrebbe dire. Certo, ma con alla base un’analisi chiara dei propri punti di riferimento sociali.

Per costruire l’alternativa, bisogna avere una idea chiara di società innanzitutto e un’idea su come intervenire in maniera radicale. Non abbiamo bisogno di piccoli aggiustamenti o di modifiche puntuali del quadro esistente, ma di una idea di mondo e di paese, di una visione rivoluzionaria che si nutra del conflitto sul piano della pratica politica, dei contenuti e anche del linguaggio.

Saussure sosteneva che il linguaggio (con i suoi segni e i suoi significanti) rappresenta il teatro delle relazioni sociali. E mi pare ancora più vero oggi, se la cifra del pensiero dominante in Italia si esprime anche nella parola “buonista”, divenuta di senso comune e portatrice di un’accezione negativa e irridente insieme. Una guerra vera e propria, cui si risponde con il conflitto e con il tentativo costante di strappare consenso, facendo operazioni di verità, a volte anche scomode, maleducate e che rischiano di collidere con rendite di posizione acquisite negli anni anche a sinistra.

Sull’importanza fondamentale del conflitto, vorrei dire che la dimensione dei conflitti è pulviscolare, disgregata, organizzata principalmente in specifiche issue momentanee e di scopo, risolte le quali (quando si risolvono) i conflitti cessano di esistere. Questa peculiarità della politica organizzata in forma post-moderna rende più complessa la lettura di ciò che accade e il fondamentale lavoro di co-organizzazione. Ma la natura dei conflitti, le pratiche che vengono messe in campo e le modalità con cui quei conflitti si esprimono nei territori e generano vita e pensiero politico, possono e devono costituire un’ottima bussola per districarsi e per costruire una visione di mondo.

E ancora, democrazia radicale. In un mondo che vede andare in frantumi il binomio fra capitalismo e democrazia rappresentativa, e cioè fra la struttura economica dominante e il suo braccio politico e organizzativo, il tema della democrazia non è più rinviabile. Innanzitutto, come condizione di possibilità per l’azione politica, nella società e nelle organizzazioni politiche. La perdita di senso di tutti i contenitori politici è figlia di questo meccanismo inceppato, cui abbiamo l’obbligo di rispondere con il massimo di innovazione possibile. Attenzione, democrazia non è “votificio”, né l’introduzione salvifica di qualche strumento on line per la discussione e la decisione, per quanto siano necessari e urgenti. Ma la costruzione di linea e di classe dirigente formata nelle pratiche, nella dimensione politica e sociale quotidiana, che restituisce al “politico” la credibilità che oggi manca.

E sulla credibilità ci sarebbe molto da dire. Sull’essere conseguenti fra parole e azioni, sulla necessità anche di tenere conto delle storie di ciascuno, delle biografie. La peculiarità del dibattito pubblico, in particolare a sinistra, richiede in questa fase un di più di coraggio e di coerenza dei percorsi anche personali, cui non si può più soprassedere. Anche perché, per stare nel mondo, tocca fare i conti oggi con il sempre più crescente rifiuto dell’ambiguità, o con l’irritazione contro l’incompatibile. Non per assecondarlo, ma per sfidarlo, fino in fondo.

Pena, appunto, la mancanza di credibilità.